Card. Bagnasco alla Festa dei popoli: “essere semplici” per “essere più profondi”

Genova – “Nazioni della Terra non abbiate paura di Cristo, che non viene a portarvi via un regno, ma viene perché il vostro regno sia di giustizia, di bontà e di pace”. Popoli e nazioni seguano piuttosto “la strada dell’umiltà e della libertà da pregiudizi, da schemi ideologici e dai fondamentalismi”. Lo ha affermato l’arcivescovo di Genova e Presidente della CEI, card. Angelo Bagnasco, nell’omelia pronunciata ieri pomeriggio nella Cattedrale di San Lorenzo durante la messa per la Festa dei Popoli organizzata dal Centro diocesano Migrantes. “Erode – ha detto ancora il cardinale – ha avuto paura di Gesù e il suo regno è diventato regno di morte e di crudeltà, un regno disumano”. Erode, “ha avuto paura che Gesù gli portasse via il potere, la gloria, che lo adombrasse, mentre Gesù nasce in una stalla, nell’umiltà più totale, nella semplicità disarmante, solo per portare amore, pace e giustizia”. Il card. Bagnasco ha quindi esortato “singoli e nazioni” a prendere “la strada dell’umiltà e della liberta” per arrivare “a Dio, a quella Luce di Betlemme che ormai non si può più spegnere anche se in troppe parti del mondo si tenta ti spegnerla con l’intolleranza religiosa, con la violenza e la morte”. (segue)

 
La strada della luce e dell’umiltà, ha detto ancora il cardinale, “è la strada di coloro che non vogliono affermare se stessi, che non hanno paura della verità, anche se la verità li giudica, e chiede loro di cambiare la vita, è la strada di coloro che non sono chiusi in se stessi”. “Umiltà e verità – ha aggiunto – vanno insieme, umiltà e libertà si sposano”. La libertà delle nazioni e dei popoli, ha detto, si esprime “nella libertà dai pregiudizi, da schemi ideologici e dai fondamentalismi”. “Quando le nazioni cercano solo il bene dei propri popoli e quando le persone cercano solo il bene della propria vita – ha continuato – non si schierano, non si lasciano schiavizzare da pregiudizi, schemi e ideologie che imprigionano le verità delle cose e allora giungono alla Luce”. Presenti, tra le altre, le comunità cattoliche ucraina, tedesca, sudamericana, nigerina, indiana e filippina. Prima dell’inizio della messa la comunità cattolica ucraina ha dato vita ad un presepe vivente alla presenza dello stesso cardinale. Gli immigrati portano “amicizia ed amore nelle nostre case” e ci danno esempio di devozione e del mantenimento delle tradizioni, ha proseguito il cardinale. Il presidente della Cei ha ringraziato gli immigrati presenti alla celebrazione “arrivati nella nostra città, nel nostro Paese, entrati nelle nostre case per portare servizio, presenza, amore, amicizia”. Li ha poi ringraziati perché “frequentate le nostre comunità cristiane, pur mantenendo le vostre tradizioni”. “Le tradizioni, gli usi, i costumi – ha spiegato – sono necessarie ed importanti perché alimentano l’unica fede”. Voi, ha proseguito, “aiutate le nostre comunità cristiane, ci aiutate con l’esempio della vostra devozione”. Infatti, “noi occidentali siamo diventati un po’ illuministi” perché “crediamo di essere adulti quando depauperiamo le forme devozionali, le forme tradizionali della fede legate ai popoli, alle nazioni, come se la Chiesa fosse talmente pura e spirituale, astratta”. Agli immigrati ha quindi ricordato che “con la vostra devozione, con il vivere le feste con i vostri usi e costumi ci date esempio rispetto alle categorie occidentali”. Il vostro esempio “ci fa bene perché ci invita ed essere più semplici, non superficiali” e “molto spesso essere semplici significa essere più profondi ed esistenziali”.