Lampedusa: gli auguri del parroco p. Stefano Nastasi

Lampedusa – Lampedusa come Betlemme: a guardarla bene, mi dà l’impressione, in questi giorni che precedono il Natale, che si somiglino parecchio. Oggi come allora, pellegrini che circolano per le vie del paese in cerca di un punto di appoggio, di uno sguardo consolante, di un sorriso smarrito ormai da tempo, di lacrime asciugate dalle intemperie del vento che lasciano il solco impresso nel volto. Amarezza, solitudine, scoraggiamento, affanno nella corsa quotidiana della vita, dove ci si ritrova insieme con storie diverse e diverse origini, ma accomunati dal medesimo desiderio: la Speranza. Sembra una notte insonne, profonda e lunga, dove è difficile scorgere le primi luci dell’aurora. Mi ritorna in mente il brano di Isaia: “Sentinella quanto resta ancora della notte? Resta poco della notte, presto viene il giorno”. In questo tempo di affanno per tutti, dove le diverse crisi continuano a corrodere gli apparati e le istituzioni, dilatando lo scoraggiamento nel cuore di ciascuno, sembra difficile scorgere le luci di un nuovo giorno che ci aiuti a riprendere il cammino, carichi di quella speranza che si fa carne nelle carni degli uomini e delle donne che incontriamo nelle ore del giorno. Uomini e donne che si incontrano, che si interrogano, che si consolano, che si sostengono reciprocamente; da un lato i migranti, viatori della nuova Betlemme, dall’altro la comunità dell’Isola, che si è vista tante volte sedurre dalle promesse ingannatrici di chi, chiamato a governare il Paese, non è stato capace di governare questo lembo di terra, rimandando alla forza delle singole persone, le risposte da tanto tempo attese e mai saziate. Sedotti e abbandonati come a Betlemme quella notte di molti anni fa ed oggi come allora il cuore si fa grotta, custodia, tabernacolo che raccoglie e custodisce la sofferenza e l’affanno di chi vive il quotidiano di questa terra e di chi per questa terra si proietta in una vita nuova, avendo attraversato il mare della solitudine e della violenza. Se le parole degli uomini sono vane ed infeconde, la Parola che non passa ci sussurra all’orecchio la Speranza che si fa luce e si fa pace nel cuore quietato da una Presenza che rimane estranea a molti, ma che può diventare familiare per tutti. Accogliere l’altro, l’estraneo, il diverso, il lontano è accogliere Cristo, esorcizzando l’estraneità del mio cuore al cuore dell’altro, del migrante affaticato da un lungo viaggio e del vicino di casa affannato da un cuore inquieto. Barlumi di luce accompagnano l’aurora di un nuovo giorno che si apre innanzi a noi: è ancora Natale. Auguri!