Il peso della pietà: una intervista al parroco di Lampedusa

Lampedusa – “Se di transitorietà si deve parlare, va bene: se ne parli e si faccia. Ma l’isola non merita di diventare un parcheggio. Va bene che ha la funzione di transito, vista la posizione geografica, ma non è un posto dove posteggiare persone e cose: non lo vuole la dignità dei migranti, né quella dei lampedusani”. A dirlo, in un’intervista rilasciata a Lorena Leonardi, per al Sir, è don Stefano Nastasi, parroco di Lampedusa, a pochi giorni di distanza dal naufragio costato la vita a dodici persone a bordo di un gommone diretto in Italia e dopo la notizia del soccorso, ieri notte, nel Canale di Sicilia, di settantacinque migranti, in maggioranza etiopi, intercettati da Marina e Guardia Costiera a una cinquantina di miglia dalle coste libiche.

 
Come è la situazione a Lampedusa, adesso?
“Come sempre. Questa è la realtà di sempre: un problema di portata internazionale caricato su un’isola piccolissima, di 6 mila abitanti e 24 chilometri quadrati. Il flusso di migranti dal Nord Africa all’Italia continua senza sosta e ha subito negli ultimi giorni un’ulteriore accelerazione. Certo, ora i recuperi avvengono a distanze molto lunghe, si parla di molte miglia. È chiaro che una parte del peso lo porta l’isola, l’ha sempre portato: quest’isola porta il peso della pietà. Serve costantemente la presenza delle istituzioni e di chi governa, non solo per fare monitoraggio, ma per dare risposte adeguate a bisogni che vanno emergendo di giorno in giorno”.
Le strategie di accoglienza come procedono?
“Le risposte in termini di accoglienza spicciola ci sono. Se tutto avviene nell’ordinarietà, va bene. Il problema può nascere se avviene un ingolfamento. Non bisogna lasciare l’isola da sola. L’esperienza passata ci ha insegnato che da sola entra in crisi, ma se sostenuta da chi governa può affrontare i problemi con maggiore energia e serenità”.
Quali responsabilità ha il governo?
“Dovrebbe monitorare e non permettere mai che l’isola venga caricata di un peso che non può sopportare. Al di là del tempo dell’emergenza grande, in cui le risposte arrivano, servono risposte più immediate anche e soprattutto nel quotidiano. Insieme, anche un peso grande diventa più facile da trasportare. Penso all’aiuto offerto dagli altri Comuni della zona di Agrigento per l’accoglienza delle salme: ecco un esempio tangibile di condivisione”.
Cosa ha da dire Lampedusa all’Europa?
“Lampedusa è un’isola alla quale si chiede di dare risposte in termini di umanità e accoglienza. L’Europa ci dia anche sostegno fattivo, non rispondendo solo all’interno delle situazioni di emergenza, ma ogni giorno, e ci aiuti ad assumere la dimensione che viene richiesta. Non possiamo essere considerati come la parte finale dell’Europa, noi siamo la sua porta d’ingresso. E l’Europa dovrebbe occuparsi prima di sostenerci nel quotidiano, e poi di aiutarci nel tempo dell’accoglienza. Ci sono ancora barconi parcheggiati lì dall’anno scorso”.
Come la nuova ondata di sbarchi viene fronteggiata dai lampedusani?
“Rispetto all’anno scorso, la situazione è calma. Non comprendiamo bene cosa succede. Ci sono movimenti nuovi, ma non capiamo in che direzione andiamo. Se è transitorietà ordinaria, va bene. Ma bisogna stare attenti a non ricreare situazioni d’ingombro. Ci sono flussi che confermano l’andamento del passato, in termini di provenienza. Occorre sondare bene cosa succede dall’altra parte”.
E in parrocchia?
“Si tratta di un fenomeno che interroga, provoca, anche nei termini dell’esperienza della fede. Chiaro che il tempo che viviamo è particolare, quindi quella generosità che in altri momenti è stata manifestata a volte viene un po’ meno, ma non vuol dire che non ci sia la generosità del cuore, e poi la capacità di ascoltare e sostenere l’altro rimane presente. La preoccupazione nell’affrontare i momenti difficili c’è quando siamo deboli. È in questo senso che occorre rimodulare i termini dell’accoglienza e dell’integrazione, affinché la nostra comunità e la realtà degli sbarchi possano camminare insieme”.