Roma – Nel 2011 sono state 42,5 milioni le persone costrette alla fuga in altri paesi, di cui 15,2 milioni i rifugiati e 26,4 gli sfollati interni. Nello stesso anno sono state presentate 895mila domande di asilo (primo paese gli Stati Uniti con 76mila casi): di esse, 277mila sono state presentate nell’UE, con 51mila casi in Francia e 37.350 in Italia. Sono tanti i focolai di guerra, alcuni conosciuti e altri dimenticati, e 1,2 miliardi di persone vivono in regimi dispotici (34) o in “Stati fragili” (43) alle prese con degrado, povertà ed emergenze. In Italia, dal 1950 al 1989 sono state 188mila le domande d’asilo e dal 1990 (anno di abolizione della riserva geografica) fino al 2011 se ne sono aggiunte circa 326mila (archivio del Ministero dell’Interno) per un totale, dal dopoguerra ad oggi, di oltre mezzo milione. La media annuale è stata di circa 8mila domande, superata di quasi quattro volte nel 2011 (ma anche nel 2008 e nel 1999, quando le domande furono più di 30mila). Nel 2011 le domande sono state presentate in prevalenza da persone provenienti dall’Europa dell’Est e dal martoriato continente africano; quasi un terzo (30%) delle domande prese in esame (24.150) è stato definito positivamente (una su tre ha riguardato il riconoscimento dell’asilo e le altre la protezione sussidiaria o umanitaria, per un totale di 7.155). Gli sbarchi dal Nord Africa, confluiti per lo più nell’isola di Lampedusa, hanno coinvolto circa 60mila persone, in partenza prima dalla Tunisia e poi dalla Libia (28mila). In Italia, per far fronte alle esigenze di accoglienza, si dispone di 3mila posti che fanno capo al Servizio per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), in collaborazione con gli Enti locali, le Regioni e il mondo sociale, e di 2mila posti assicurati dai Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), mentre è di altri 3mila posti la capienza dei Centri di accoglienza per immigrati. Da ultimo, oltre a questa rete di servizi già esistente, le Regioni – con il coordinamento della Protezione Civile – hanno dichiarato la disponibilità di altri 50mila posti, di cui la metà è stata effettivamente utilizzata per accogliere le persone in fuga dal Nord Africa. L’Italia da una parte ha auspicato una maggiore vicinanza delle istituzioni comunitarie e, dall’altra, ha dovuto prendere atto, ancora una volta, della necessità di predisporre per l’accoglienza un sistema unificato e stabile, basato sul coordinamento tra tutte le strutture coinvolte, anche per riuscire a garantire una maggiore attenzione alle categorie più vulnerabili, a partire dai minori. A confermare la fragilità dell’attuale sistema di accoglienza è intervenuta la sentenza del Tribunale di Stoccarda del 12 luglio 2012, che ha ritenuto illegittimo rimandare in Italia un richiedente asilo, registrato inizialmente nel nostro paese, adducendo come motivazione il rischio per l’interessato di ricevere un “trattamento disumano e degradante”, se non addirittura di “restare senza un tetto”. Valutazioni problematiche sulle condizioni di accoglienza sono state espresse anche dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa e, inoltre, è stata anche pronunciata una sentenza di condanna per la mancata attuazione del principio di non respingimento (sentenza della Corte europea dei diritti umani del 23.02.2012 sul cosiddetto caso Hirsi risalente al maggio 2009). Al di là delle considerazioni che si possono fare sul coordinamento tra il piano italiano e quello europeo, è doveroso prendere in considerazione l’immagine che dell’Italia si può generare all’estero e porvi rimedio. In effetti, nel 2011, ben 7.431 persone (un numero, peraltro, sottostimato) sono rimaste in lista d’attesa per accedere allo Sprar e poter fruire così di un percorso di seconda accoglienza.


