Roma – Il Concilio Vaticano II, che si apriva cinquant’anni fa, segna un momento decisivo anche per la cura pastorale dei migranti e degli itineranti. Già l’evento, per la prima volta veramente universale per la partecipazione di vescovi provenienti da ogni continente e da molte esperienze ecclesiali di antica e nuova evangelizzazione, ha costituito una novità, offrendo la possibilità di leggere il fenomeno migratorio e della mobilità con occhi diversi. La prospettiva ecclesiologica, poi, del Vaticano II, che sottolinea la dimensione di una Chiesa “che cammina con gli uomini”, pellegrinante, e in una relazione nuova con il mondo, facendo sue le attese delle persone, soprattutto dei poveri, ha permesso di riconsiderare con occhi nuovi anche la mobilità umana e le migrazioni. La Gaudium et spes è il documento con il maggior numero di riferimento ai migranti (nn.. 6, 27,66,84). La costituzione conciliare ricorda, anzitutto, di non sottovalutare tra i mutamenti sociali in atto (n. 6), quello di “moltissima gente” spinta a oggi ad emigrare e come questo cambiamento sociale corrisponde anche a un cambiamento dello stile di vita. Da qui la necessità urgente, al n. 27, di farsi prossimo di ogni uomo, e, tra gli altri, con “il lavoratore straniero ingiustamente disprezzato, o esiliato”, oltre che l’attenzione a tutto ciò che offende la vita, come “le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, le condizioni di lavoro disumano” . Dalla necessità di conoscere e avvicinare, difendere e tutelare le persone e le famiglie migranti, immigrati e rifugiati, vittime di tratta, nasce anche una pastorale delle migrazioni che sappia coniugare evangelizzazione e promozione umana, cercando di superare le disuguaglianze sociali, “le discriminazioni nei diritti individuali” e, nello specifico dei lavorati migranti, “le discriminazioni nelle condizioni di remunerazione e lavoro” (n.66). L’ultimo, interessante riferimento al mondo delle migrazioni la Gaudium et spes è al n. 84, quando parlando delle istituzioni internazionali e della comunità delle nazioni, afferma la loro importanza in riferimento al “sollievo alle necessità dei profughi in ogni parte del mondo, o degli emigrati e delle loro famiglie”. Dopo il Concilio Paolo VI, con il documento Pastoralis migratorum cura (la cura pastorale delle migrazioni), oltre a una lucida analisi del fenomeno migratorio e delle sue implicanze religiose, sociali, politiche ed economiche, con la nascita nel 1970 della Pontifica Commissione per la cura spirituale dei migranti e itineranti ha dato una spinta nuova alla pastorale delle migrazioni. La centralità della Chiesa locale e la responsabilità del vescovo nella pastorale, la nascita e la valorizzazione delle Conferenze episcopali nazionali ha visto anche lo sviluppo capillare della pastorale migratoria nella pastorale ordinaria. In Italia, tale cura fu affidata nella CEI a organismi diversi che curavano vari mondi di questa pastorale (emigrati, rifugiati, nomadi…). Venticinque anni fa la CEI promosse la nascita della Fondazione Migrantes per un lavoro pastorale unitario nel campo delle migrazioni e della mobilità umana. Nelle diocesi italiane sono molte e significative le esperienze di pastorale migratoria costruite in questi cinquant’anni dall’evento conciliare. Certamente tale evento ha contribuito a maturare una duplice consapevolezza: che la pastorale migratoria e un tassello importante della pastorale diocesana; che occorre una pastorale d’insieme, perché la pastorale migratoria possa contribuire a leggere la vita dell’uomo migrante nei diversi luoghi, così come ricordati dal Convegno ecclesiale di Verona: la tradizione, gli affetti, il lavoro e la festa, la cittadinanza, le fragilità. Ogni pastorale parallela sul piano delle migrazioni e della mobilità rischia di isolare i migranti non rendendoli soggetti attivi nella costruzione della vita della Chiesa.


