Firenze – Prendi un buon gruppo di giovani italiani. Aggiungi coetanei provenienti da paesi con culture, tradizioni e fedi diverse. Alcuni anche da situazioni di conflitto. Falli vivere per una decina di giorni gomito a gomito al Villaggio La Vela di Castiglione della Pescaia, dove anche le pietre ti parlano di campi-scuola. Fai in modo che condividano tutto nella giornata. Detta così la “ricetta” del Campo internazionale dell’Opera per la gioventù “Giorgio La Pira” sembra facile. In realtà è frutto di tanto lavoro dietro le quinte e di un’esperienza ormai ventennale, iniziata da Pino Arpioni, fondatore dell’Opera e dello stesso Villaggio.
Agli inizi degli anni ’90, Pino – dopo aver già stretto rapporti ecumenici con anglicani inglesi e ortodossi greci – ebbe l’idea di aprire il campo-scuola della prima quindicina d’agosto, tradizionalmente riservato ai “più grandi”, a giovani provenienti dalla Russia, appena nata dalle ceneri dell’Urss. Erano studenti dell’università “Mgimo” di Mosca, guidati dalla loro insegnante di relazioni internazionali, Tatiana Zonova e dal marito – grande italianista – Viktor Gajduk. I legami con Mosca si erano sviluppati dopo il viaggio in Urss di un centinaio di giovani dell’Opera nel novembre 1984, a 25 anni dallo storico discorso al Cremlino di Giorgio La Pira, nell’agosto del 1959. Vecchie conoscenze (Silin, Zagladin, Kapalet…) si tramutarono in solide amicizie e ne nacquero di nuove, sia con istituzioni “laiche” che con la Chiesa russo-ortodossa, specialmente a San Pietroburgo.
In vent’anni sono passati da “La Vela” centinaia di universitari del Mgimo. Molti di loro hanno oggi importanti incarichi diplomatici in giro per il mondo. Altrettanto si può dire per la Chiesa ortodossa. Il vescovo di Petergof, Marcello (Markell), attuale Vicario della Diocesi di San Pietroburgo e Ladoga, è stato più volte al Campo e ogni anno vi invia suoi sacerdoti e seminaristi. E da alcuni anni giungono anche giovani dalla parrocchia cattolica di S. Caterina d’Alessandria a San Pietroburgo e dall’associazione ortodossa di Mosca, “Common cause”.
Mosca e Fatima erano le due “arcate” del “ponte” che la Pira voleva costruire, secondo le profezie della Madonna, per la pace tra le nazioni. Così Pino allacciò rapporti anche con giovani cattolici portoghesi, che per diversi anni sono stati presenti al Campo. Poi nel 2003, proprio l’anno della morte di Pino, il primo viaggio dell’Opera in Terra Santa. E da lì l’idea di coinvolgere anche israeliani (ebrei e cristiani) e palestinesi (cristiani e musulmani), impresa non facile per la situazione di conflitto che vive quella terra. Al Villaggio riescono a fare quello che nella loro vita quotidiana è per ora impossibile: incontrarsi, parlarsi, scoprire che l’”altro” non è il “nemico” che vedi ogni giorno al di là di un check-point. Come partner l’Opera ha trovato la disponibilità del Centro Peres per la pace, della Custodia della Terra Santa e nel corso degli anni anche di varie realtà locali. Quest’anno alcuni giovani erano stati inviati da Yad Be Yad, un’associazione di volontariato operante a Tel Aviv. Anche in Toscana ha trovato dei “compagni di viaggio”, nella Fondazione “La Pira”, nel Centro internazionale studenti “La Pira” (che invia diversi giovani africani), nella Fondazione “Giovanni Paolo II”, nell’Ac e nell’Agesci.
Al Villaggio si sperimenta ogni giorno la dimensione ecumenica, con gli ortodossi che partecipano alla Messa quotidiana, arricchendola nelle solennità con i loro canti. Ne è rimasto colpito anche il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, che ha celebrato l’Eucarestia la sera del 17 agosto. Ma c’è attenzione anche al dialogo interreligioso, imperniato sul grande rispetto per ogni credente. Così il venerdì, all’ora di pranzo l’imam conduce la preghiera islamica. E alla sera, la comunità ebraica festeggia lo Shabbat, spiegandone a tutti il significato.
Ogni anno viene scelto un tema da dibattere. In questa edizione 2012 (dal 7 al 18 agosto) è stato “Pensare al futuro: le nuove sfide del lavoro”. Incontri tutti insieme con relatori ed esperti (Romano Prodi, Massimo Toschi, Nino Galloni, il rabbino di Firenze Joseph Levi, l’imam Izzedin Elzir, il domenicano padre Alessandro Cortesi e Hulda Liberanome) e poi a piccoli gruppi, in modo da favorire lo scambio di esperienze e pareri. Il tutto coordinato come di consueto da Riccardo Moro, già direttore della Fondazione Cei per la “remissione del debito” in occasione del Giubileo del 2000.
“Nel corso delle nostre discussioni – scrivono i giovani nel documento finale –, ci siamo resi conto che alcuni problemi sono comuni a tutti i nostri paesi: disoccupazione giovanile, corruzione, mancanza di rispetto nei confronti dei lavoratori, diseguaglianza nelle opportunità, inadeguatezza delle regolamentazioni, un aumento crescente del gap sociale e geografico, discriminazione sessuale e delle minoranze”. Per questo chiedono “alla politica” di “facilitare per tutti la possibilità di trovare una realizzazione personale nel proprio lavoro” all’interno di “un sistema economico capace di affrontare positivamente le nuove sfide di un equilibrio globale dinamico ed in continua evoluzione”.
“Nel corso delle nostre discussioni – scrivono i giovani nel documento finale –, ci siamo resi conto che alcuni problemi sono comuni a tutti i nostri paesi: disoccupazione giovanile, corruzione, mancanza di rispetto nei confronti dei lavoratori, diseguaglianza nelle opportunità, inadeguatezza delle regolamentazioni, un aumento crescente del gap sociale e geografico, discriminazione sessuale e delle minoranze”. Per questo chiedono “alla politica” di “facilitare per tutti la possibilità di trovare una realizzazione personale nel proprio lavoro” all’interno di “un sistema economico capace di affrontare positivamente le nuove sfide di un equilibrio globale dinamico ed in continua evoluzione”.
I giovani sottolineano che il punto di partenza “per cambiare la mentalità corrente è l’educazione”, lamentando “che il presente sistema d’istruzione, in particolare quello universitario, non è sempre adeguato alla formazione del capitale umano di una persona”. Concretamente ritengono che uno strumento comune che è possibile “usare per agire sulla sensibilità del mercato è il consumo, inteso come scelta responsabile da parte del consumatore che dovrebbe premiare le imprese che promuovono una politica di lavoro più umana e sostenibile”. (C. Turrini- Toscana Oggi)


