L’alba nell’imbrunire

Trevi – Si è aperto a Trevi (Pg) ieri, 19 agosto (fino al 25), il 51° Convegno nazionale Cem Mondialità (www.cem.coop), il centro che dal 1942 diffonde nella scuola la cultura del dialogo e dell’intercultura, secondo l’ideale dei missionari saveriani di “fare del mondo una sola famiglia”. Tema del convegno, il ruolo dell’arte e della bellezza nell’educazione alla mondialità. Marta Fallani per il Sir ne ha parlato col direttore Cem, Brunetto Salvarani.
“Trovare l’alba dentro l’imbrunire” è il tema scelto per il 51° convegno nazionale. Perché questo titolo?
“L’anno scorso ci siamo chiesti quanto è ancora lunga la notte: quest’anno vogliamo cominciare a trovare una risposta, non è facile, perché c’è ancora l’imbrunire. Ma vogliamo credere che l’alba stia cominciando a uscire. Cercheremo i segnali di speranza che già oggi ci fanno dire che le cose stanno cambiando. E li cercheremo nell’educazione all’arte e al bello, luoghi privilegiati da valorizzare non per sfuggire dalle questioni, ma per uscire dalla stagnazione culturale e mentale”.
Come l’immaginazione e la fantasia espresse con l’arte possono essere strumenti concreti per realizzare una nuova realtà?
“Abbiamo bisogno di creatività e fantasia per immaginare qualcosa di nuovo rispetto alla situazione attuale. Se rimaniamo legati agli strumenti di interpretazione della realtà che ci fornisce il pensiero dominante dell’economia e della finanza, non troveremo vie d’uscita per il nostro Paese e per l’Europa. Ricominciando a vivere anche di creatività, che produce passione per il lavoro e l’educazione, di passione e sentimento, si può produrre quella responsabilità educativa che è il grande assente di oggi, per aiutarci a reinvestire nell’azione educativa e a puntare alto. Bisogna buttare il cuore oltre l’ostacolo, bisogna recuperare l’educazione all’arte anche come capacità critica, di messa in discussione della lettura dell’esistente che rischia di essere schiacciata esclusivamente sull’andamento della borsa”.
Crede che oggi si sia persa la facoltà di vedere e coltivare la bellezza?
“Si è molto diradata. Si è diluita in forme estetizzanti che non è bellezza. L’educazione alla bellezza è la capacità di ricercare linguaggi nuovi, di leggere criticamente la realtà e saper vedere al di là della parvenza delle cose. L’arte ci offre degli strumenti e dei segnali che ogni tanto rappresentano dei bagliori, dei momenti speciali e particolari. Fare di questi linguaggi punti di riferimento forti dell’educazione e della scuola, può essere un modo per uscire dalla standardizzazione dei modelli attuali. Non è facile, perché significa andare contro corrente”.
La globalizzazione promessa dalle nuove tecnologie è diventata una realtà o abbiamo ancora bisogno di educarci alla mondialità?
“Le “nuove” tecnologie in effetti ci permettono una comunicazione mondiale straordinaria. Io vivo a Carpi, e nei giorni del terremoto, con i computer fuori uso, è stato Facebook a permetterci di rimanere in comunicazione e fornire notizie in tempo reale, con la possibilità di vivere il conforto di altri che stavano vivendo la stessa situazione. Il dato oggettivo è la globalizzazione. Ma c’è ancora un grandissimo lavoro da fare sull’educazione all’interculturalità, cioè su quel processo per cui non si prende semplicemente atto che ci sono molte culture che convivono, ma si lavora perché questa connessione nuova tra le culture e le persone che le rappresentano sia un fatto positivo e di arricchimento. L’intercultura nella quale crediamo è la capacità di far sì che l’incontro tra le culture non sia scontro ma incontro positivo e arricchente di dialogo”.
Il Cem festeggia quest’anno i 70 anni di attività: che bilancio si sente di fare anche alla luce dei cambiamenti della nostra società?
“Quando è stato fondato, il Cem si chiamava Centro di educazione alla missionarietà. La nostra storia è fatta appunto di un grande passaggio coraggioso dalla missione alla mondialità, una parola che non esisteva nei vocabolari. Oggi costatiamo un bisogno di intercultura nel mondo della scuola, ma anche che al di fuori, nel lavoro, nelle chiese, nello sport, una forma di interculturalità c’è già nei fatti. Si tratta allora di interrogarci e capire cosa significa passare dalla “integrazione”, parola che sempre fa riferimento a un modello dominante in cui gli altri devono entrare, alla “interazione”, cioè cosa significa concretamente nella società questo cambiamento, e come fare perché sia occasione per “cambiare testa”. Per noi una “testa ben fatta” oggi è quella capace di adattarsi alle situazioni, non soltanto flessibile, ma capace di cogliere tutta la potenziale ricchezza dell’incrocio delle culture delle religioni, delle persone. Questo anche al di fuori di luoghi deputati, come quello della formazione. Il tema dell’intercultura è un tema chiave anche per chi progetta città, per chi lavora e così via. E noi pensiamo che in prospettiva il nostro interesse e il nostro impegno potrà essere anche al di fuori del mondo della scuola”.