Milano – A volte nemmeno la distanza e un mare che divide due terre lontane bastano a vincere la paura. Così è inutile provare a fare domande nei negozi del quartiere più “nigeriano” di Milano (zona Porta Venezia) sul terrore che insanguina le loro chiese in patria. Solo una famiglia accetta di parlare, nel senso che padre e madre di due bambini piccoli annuiscono, “sì, sappiamo dei morti, ma non abbiamo niente da dire, non sappiamo perché succede”. Inutile anche rivolgersi a chi le chiese le frequenta qui in Italia, bocche cucite e terrore negli occhi, come se da quella patria abbandonata ormai da tempo si fossero portati via anche la tragedia. Sono oltre 53mila, secondo le ultime stime, i nigeriani ufficialmente emigrati in Italia, mentre sarebbero quasi diecimila gli irregolari, scappati da un Paese che conta 150 milioni di abitanti, oltre la metà dei quali in miseria.
“Una paura che si può capire – commenta da Noventa di Piave don Chidi Ekpendu, responsabile per la diocesi di Treviso della comunità cattolica nigeriana –. Ogni domenica arrivano notizie di nuove stragi e chiese insanguinate, e alcuni di loro hanno lasciato parenti e amici proprio in quelle zone. Tra noi ne parliamo e il problema, secondo me, è più politico che strettamente religioso: in Nigeria attualmente c’è un presidente cristiano e i musulmani questo non lo accettano. In passato, quando il presidente era islamico, non c’erano problemi. Il fatto è, però, che la Nigeria è uno Stato laico, secondo Costituzione, dunque che la sharia, la legge islamica, prevalga sulla vera legislazione è un abuso”.
Don Ekpendu, 39 anni, da sette è in Veneto e guida una comunità di ben 500 nigeriani, il 99 per cento dei quali cristiani, “anche se non tutti praticanti”: una percentuale dovuta al fatto che “i nigeriani islamici non emigrano in Italia, preferiscono Francia e Inghilterra; gli africani musulmani qui in Italia vengono più dal Mali o dal Senegal”. Una comunità che non ha risposte a una violenza così efferata ma anche così lontana, se non la preghiera: “Si ritrovano qui a pregare per le vittime, per i carnefici, perché il Signore tocchi i loro cuori, e anche per il governo nigeriano, perché la manovalanza il terrorismo la trova proprio tra i giovani disoccupati. O si dà loro un’alternativa, oppure ce ne saranno sempre di più, proprio come avviene con la mafia o la camorra qui”. Intanto in Nigeria i cristiani continuano la domenica a tornare nelle chiese, “forse ce ne sono meno, non lo sappiamo, ma è certo che tornano e con coraggio. Visto da qui è difficile da capire, ma la fede tende a essere più forte nei luoghi in cui poterla professare è una sfida, dove c’è la possibilità di dare forte testimonianza. E poi in Nigeria il credo è molto sentito, si prega molto, c’è una forte consapevolezza di Dio e un gran senso religioso, ecco perché le bombe non fermano i fedeli”.
Intanto però si guarda con speranza alla comunità internazionale, si attende un aiuto che non arriva, quantomeno una reazione forte. “Ma su questo siamo rassegnati: finché non c’è un pericolo reale per un interesse economico, nessuno si muove. Non c’è petrolio che scorre sotto le nostre chiese, c’è solo il sangue dei martiri”. (L. Bellaspiga – Avvenire)
“Una paura che si può capire – commenta da Noventa di Piave don Chidi Ekpendu, responsabile per la diocesi di Treviso della comunità cattolica nigeriana –. Ogni domenica arrivano notizie di nuove stragi e chiese insanguinate, e alcuni di loro hanno lasciato parenti e amici proprio in quelle zone. Tra noi ne parliamo e il problema, secondo me, è più politico che strettamente religioso: in Nigeria attualmente c’è un presidente cristiano e i musulmani questo non lo accettano. In passato, quando il presidente era islamico, non c’erano problemi. Il fatto è, però, che la Nigeria è uno Stato laico, secondo Costituzione, dunque che la sharia, la legge islamica, prevalga sulla vera legislazione è un abuso”.
Don Ekpendu, 39 anni, da sette è in Veneto e guida una comunità di ben 500 nigeriani, il 99 per cento dei quali cristiani, “anche se non tutti praticanti”: una percentuale dovuta al fatto che “i nigeriani islamici non emigrano in Italia, preferiscono Francia e Inghilterra; gli africani musulmani qui in Italia vengono più dal Mali o dal Senegal”. Una comunità che non ha risposte a una violenza così efferata ma anche così lontana, se non la preghiera: “Si ritrovano qui a pregare per le vittime, per i carnefici, perché il Signore tocchi i loro cuori, e anche per il governo nigeriano, perché la manovalanza il terrorismo la trova proprio tra i giovani disoccupati. O si dà loro un’alternativa, oppure ce ne saranno sempre di più, proprio come avviene con la mafia o la camorra qui”. Intanto in Nigeria i cristiani continuano la domenica a tornare nelle chiese, “forse ce ne sono meno, non lo sappiamo, ma è certo che tornano e con coraggio. Visto da qui è difficile da capire, ma la fede tende a essere più forte nei luoghi in cui poterla professare è una sfida, dove c’è la possibilità di dare forte testimonianza. E poi in Nigeria il credo è molto sentito, si prega molto, c’è una forte consapevolezza di Dio e un gran senso religioso, ecco perché le bombe non fermano i fedeli”.
Intanto però si guarda con speranza alla comunità internazionale, si attende un aiuto che non arriva, quantomeno una reazione forte. “Ma su questo siamo rassegnati: finché non c’è un pericolo reale per un interesse economico, nessuno si muove. Non c’è petrolio che scorre sotto le nostre chiese, c’è solo il sangue dei martiri”. (L. Bellaspiga – Avvenire)


