Ancona – La Giunta regionale delle Marche, una delle prime in Italia, ha deliberato una proposta di legge (pdl) per dare la cittadinanza ai figli degli immigrati stranieri secondo il principio dello “ius soli”. Il testo è stato esaminato dalla Commissione competente lo scorso 16 luglio; dopo questo passaggio sarà portato e votato dall’Assemblea regionale e, in caso di approvazione, sarà indirizzato alle Camere. La proposta ipotizza l’attribuzione del diritto di cittadinanza a quei minori, figli di stranieri, che abbiano i genitori entrambi residenti, da almeno 5 anni, nel territorio italiano; attualmente i bambini nati in Italia possono acquisire la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni di età e devono dimostrare che in tale periodo hanno risieduto regolarmente e ininterrottamente nel Paese. L’iniziativa della Giunta arriva dopo che in Regione la Provincia di Pesaro e il Comune di Tolentino hanno conferito la cittadinanza onoraria ai bambini e minori figli d’immigrati e dopo diverse mozioni di consiglieri regionali su questo argomento.
Per la presidente della Consulta regionale degli immigrati, Liz Chumbipuma, “il fatto che una Regione abbia deliberato una proposta di legge sullo ius soli è un grandissimo passo avanti”. Secondo la presidente “senza pieni diritti non si è mai pienamente integrati: una legge di questo genere significa avere uno sguardo aperto verso il futuro”. “Io gestisco una ludoteca – aggiunge – e vedo che i bambini figli d’immigrati si sentono italiani, agli ultimi Europei di calcio hanno tifato Italia e cantano l’inno nazionale. Anche se rispettano le tradizioni dei genitori frequentano le scuole di questo Paese, hanno amici italiani e sentono di appartenere all’Italia”. Chumbipuma riflette anche sulla differenza tra “noi che siamo immigrati della prima generazione e che siamo arrivati qui con tutto un nostro vissuto” e i bambini che sono nati in Italia. In effetti, la presidente distingue tra la “naturalizzazione” e il diritto di cittadinanza delle seconde generazioni: sono due percorsi diversi e “probabilmente si può ottenere qualcosa in tempi più brevi sul secondo fronte piuttosto che sul primo”.
“Certo – dice – a molti, attualmente, i 10 anni per ottenere la cittadinanza italiana, richiesti agli immigrati di prima generazione, sembrano troppi. Ma anche sentirsi italiani dopo 5 anni è difficile, è un discorso di maturazione, di livello d’inserimento e di conoscenza linguistica: per diventare italiani noi dobbiamo fare un profondo lavoro su noi stessi”.
“Questa proposta di legge è un segnale che fa sperare in un approccio diverso sui temi dell’immigrazione”, aggiunge Ettore Fusaro, referente regionale della Caritas per l’immigrazione, per il quale “ci sono segnali sia a livello locale sia nazionale, con campagne come ‘L’Italia sono anch’io’, di una cultura che sta cambiando e che vedono l’immigrazione come una risorsa”. “Spesso – aggiunge – l’importanza del lavoro degli immigrati che contribuiscono al benessere di questo Paese è oscurata da pochi, eclatanti fatti di cronaca. Ma forse bisognerebbe ricordare che in questo momento di crisi proprio gli immigrati perdono il lavoro prima di altri e hanno meno tutele legali: magari sono in Italia da 15-20 e si ritrovano ad avere problemi con il permesso di soggiorno”. Fusaro rileva poi che le Marche sono ai primi posti per “livello d’integrazione scolastica delle seconde generazioni. Investire su di loro è investire sul futuro”. Ma anche l’Italia ha un compito “strategico”: infatti “oltre al compito-dovere dell’accoglienza – sottolinea – la sua posizione in mezzo al Mediterraneo le offre un ruolo di mediazione culturale con i popoli in movimento della sponda Sud che stanno vivendo grandi cambiamenti”.
“Questa proposta – dice padre Luis Sandoval, direttore regionale della Migrantes – va a coprire, in parte, un effettivo vuoto legislativo: questi bambini figli d’immigrati che crescono in Italia chi sono? Quali diritti hanno? Quali tutele hanno?”. Nel nostro Paese c’è bisogno di una riflessione ad ampio raggio sui diritti di cittadinanza e “come Migrantes – ricorda padre Sandoval – abbiamo chiesto il diritto di cittadinanza per gli immigrati che sono in Italia da almeno 5 anni. In loro c’è un grande desiderio di arrivare a questo obiettivo e io mi chiedo: come mai gli immigrati non hanno diritti? Sembra che abbiano solo doveri”. C’è poi la questione della “discriminazione” anche tra immigrati: “Ad alcuni, soprattutto agli sportivi, la cittadinanza è data molto facilmente, mentre la stragrande maggioranza deve affrontare un percorso molto difficile. Per esempio, se uno si allontana anche solo per un mese, ha poi bisogno di tantissimi documenti, che comportano anche molte spese, al momento della richiesta di cittadinanza”. Il sacerdote conclude sostenendo che “l’immigrazione non è andata di pari passo con la riflessione normativa” e forse “sarebbe il momento di colmare questa mancanza”. (S. Mengascini – SIR Regione)


