Roma – In un secolo in cui tutto si vuole e si deve dimostrare scientificamente, come osa Papa Benedetto parlare del “Signore risorto, che vive nella dimensione di Dio, al di là del tempo e dello spazio”? Non è un affronto alla mente, alla cultura contemporanea o, peggio, una sorta d’ingenuità?
Solo se seguiamo, passo passo, la sua argomentazione catechetica, ma più profondamente a ben osservarla teologica, potremo fare nostra la sua proposta.
La catena di trasmissione che parte da quel sepolcro vuoto e giunge fino ai nostri giorni, non s’impronta su leggi fisiche o chimiche, su scoperte rigorosamente espresse, ma non per questo manca di rigore. Investe infatti non solo l’intelligenza delle persone ma tutta, globalmente parlando, la loro personalità.
Si tratta non della categoria dell’esperienza ma dell’esperienza stessa, quella che s’imprime in noi stessi e lascia una traccia indubitabile. I più vicini a Gesù, i suoi discepoli, dopo il traumatico evento della condanna e dell’esecuzione del Maestro, fecero “l’esperienza dell’incontro con Lui risorto”. È un nucleo incandescente che segna la vita e il suo senso e non è affidato a parole o gesti commemorativi, ma s’inscrive su un altro piano, quello del rivivere l’incontro stesso.
Avvenne nel “cenacolo”, la sera del giorno stesso della risurrezione, “il primo della settimana”, e poi “otto giorni dopo”, il suo impulso fu talmente forte da riconoscere quel giorno come il giorno del Signore, cioè come la “domenica”, che avrebbe dato una svolta di discontinuità al secolare culto del sabato del popolo d’Israele.
L’esperienza tocca la persona e questa muta e plasma la comunità, con una forza e un vigore inedito: “La celebrazione del Giorno del Signore è una prova molto forte della Risurrezione di Cristo, perché solo un avvenimento straordinario e sconvolgente poteva indurre i primi cristiani a iniziare un culto diverso rispetto al sabato ebraico”. Questa svolta non ha una forza fisica o chimica in se stessa che s’innesta a partire da alcune condizioni date, ma la riceve dal di fuori, quindi diventa storicamente oggettiva, tanto da scalzare il dubbio della “commemorazione di eventi passati” e anche la possibilità di illusione collettiva, fatta passare per “una particolare esperienza mistica, interiore”.
Nel nostro tempo e nella nostra storia da quel mattino, uscendo da quel sepolcro, si è inserita una forza nuova, quella del “Signore risorto, che vive nella dimensione di Dio”. Questo è il dono del Risorto: aver squarciato il tempo e lo spazio e averli trapassati con la dimensione di Dio. Lo fece allora ma volle che tutti i credenti potessero sperimentare l’evento nuovo e così si rese “realmente presente in mezzo alla comunità”, sempre quando lo ascoltiamo mentre “ci parla nelle Sacre Scritture e spezza per noi il Pane di vita eterna”.
Egli stesso si dona nell’incontro proprio come allora, abbattendo i secoli di distanza e mantenendo intatta e sempre presente la forza del suo corpo risorto “un corpo vero, eppure libero dai legami terreni”. Il grande e solenne saluto ebraico, carico di risonanze secolari e ricco di esperienze di incontro con il Dio d’Israele, lo Shalom!, “diventa qui una cosa nuova: diventa il dono di quella pace che solo Gesù può dare, perché è il frutto della sua vittoria radicale sul male”. Pace che non nasce da accordi o da transazioni politiche o economiche ma è “il frutto dell’amore di Dio che lo ha portato a morire sulla croce, a versare tutto il suo sangue, come Agnello mite e umile, ‘pieno di grazia e di verità’ (Gv 1,14)”.
L’icona prescelta dal beato Giovanni Paolo II allora per intitolare “questa Domenica dopo la Pasqua alla Divina Misericordia” è nitida ed è “quella del costato trafitto di Cristo, da cui escono sangue ed acqua, secondo la testimonianza oculare dell’apostolo Giovanni (cfr Gv 19,34-37). Ma ormai Gesù è risorto, e da Lui vivo scaturiscono i Sacramenti pasquali del Battesimo e dell’Eucaristia: chi si accosta ad essi con fede riceve il dono della vita eterna”.
È il sacerdote ad esserne il mediatore e lo è il Papa che, entrato bambino nella storia 85 anni fa, si è lasciato bruciare dal nucleo incandescente dell’incontro con il Risorto, fino a farne la sua unica ragione di vita e a lasciarlo pulsare al momento dell’accettazione della sua elezione e in tutto il tempo del suo pontificato. Non possiamo che augurarGli di ricevere ogni giorno la grazia dello Shalom donato dal Risorto e di trasmetterla a tutta l’umanità e alla Chiesa. (C. Dobner – SIR)


