Roma – Il 2011 non è stato un anno facile per i rifugiati: il succedersi di crisi politiche e la depressione economica globale hanno “alimentato un generale senso di insicurezza, che ha colpito in primo luogo i migranti forzati. L’80% dei rifugiati sono accolti dai Paesi in via di sviluppo, in campi profughi costruiti nelle zone più inospitali e isolate, oppure nelle grandi città dove, privi di qualsiasi assistenza, lottano ogni giorno per sopravvivere”. E’ quanto afferma p. Giovanni La Manna, direttore del Centro Astalli presentando questa mattina il Rapporto 2011. L’Europa, “ripiegata sui suoi problemi interni, ha abbondantemente disatteso le sue promesse di solidarietà: ad oggi si contano molti più rifugiati nel solo Kenya che nei 27 Stati membri. Detenzione, dinieghi, povertà estrema, marginalizzazione: su questi muri si infrangono le speranze di chi è arrivato in Europa a costo della vita”.
In Italia, dopo la tragica stagione dei respingimenti, gli arrivi via mare sono ripresi. Il numero delle domande è aumentato, pur rimanendo molto lontano dalle previsioni allarmistiche di chi parlava di “tsunami umano”, aggiunge il religioso: “resta la preoccupazione per la sostenibilità del sistema di accoglienza, oggi alimentato da un finanziamento straordinario e provvisorio (a dicembre 2012 circa 20.000 posti verranno meno), ma soprattutto per il permanere di circuiti di accoglienza diversi (SPRAR, CARA, centri delle aree metropolitane), che non comunicano tra loro”.
Al Centro Astalli il 2011 è trascorso nella consapevolezza che “non è questo il tempo di arrendersi alle difficoltà o di scoraggiarsi. Non si può sperare di uscire dalla crisi senza una ripresa sostanziale del dibattito politico, chiamato a ritrovare la prospettiva ampia che dovrebbe essergli più propria e che da troppo tempo sembra aver perso. Mentre in Italia attendiamo ancora una legge organica in materia di asilo, l’Unione Europea è chiamata ad affrontare con coraggio le nuove sfide, come l’eccessiva difficoltà e pericolosità dei viaggi dei rifugiati: immaginare la possibilità di chiedere protezione internazionale anche fuori dai confini dell’Europa potrebbe restituire concretezza a un diritto troppo spesso minato da respingimenti o tragici naufragi”.


