Roma – “Non c’è cura dove c’è discriminazione”. E’ questo lo slogan più volte ribadito quando si parla di coniugare salute e migrazione.
“Non c’è cura senza un servizio inteso non solo come prestazione, ma anche come luogo di incontro, conoscenza e relazione (come nel caso dei 683 servizi censiti nella rete ecclesiale socio-sanitaria nel decennio 2000-2010)”, sottolinea mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes: “non c’è cura senza una città aperta, dentro una debole cittadinanza. Non c’è cura senza un’attenzione preferenziale anche ai più deboli nel mondo dell’immigrazione: le vittime, gli irregolari, i minori non accompagnati, i disabili, le donne sole, gli apolidi”.
La coniugazione di salute e migrazioni, nell’opinione pubblica e nel mondo dell’informazione molto spesso subisce “i vizi pregiudiziali dell’informazione tout court sui migranti”, come hanno recentemente dimostrato alcune ricerche realizzate dall’Università “La Sapienza di Roma” per conto dell’Ordine dei giornalisti e della Federazione della Stampa. Spesso il tema immigrazione è “carica di semplificazioni e pregiudizi, per non dire falsità e per questo che non è raro nell’opinione pubblica, negli articoli dei giornali segnalare patologie che gli immigrati porterebbero in Italia, il rischio per la salute dei cittadini italiani che l’immigrazione comporta, oltre al carico di costi per la salute degli immigrati.
L’informazione e le ricerche scientifiche hanno più volte dimostrato come gli immigrati, per lo più giovani con un’età media di 31 anni e quindi sani (pesano solo il 2% sulla spesa farmaceutica), si ammalano in Italia; che i casi di malattie infettive, che pure esistono tra gli immigrati (9% dei ricoveri in day hospital), si aggravano in Italia soprattutto nel mondo dello sfruttamento sessuale e della tratta; che gli infortuni sul lavoro colpiscono gli immigrati da 2 a 8 volte più degli italiani (si pensi che il 22% di tutti i ricoveri ordinari e il 9% dei day hospital degli immigrati riguarda traumatismi); che la cura della salute di molti anziani soprattutto non autosufficienti, minori e disabili è affidata a molte persone, donne immigrate in oltre 1 milione e mezzo di famiglie; che gli immigrati subiscono spesso discriminazioni nella tutela del diritto alla salute; che l’accesso ai servizi sanitari e di ospedalizzazione degli immigrati (in regime ordinario e in day-hospital) è di gran lunga inferiore a quello degli italiani per quanto riguarda gli uomini (20% in meno in regime ordinario e 57% in day hospital) ed è superiore nelle donne del 13% solo in ragione dei ricoveri per parto o per interruzione di gravidanza (il 58% dei ricoveri ordinari e il 52% dei day hospital delle donne immigrate).
Lo slogan “Salute per tutti” scelto dalla Simm (Società italiana di Medicina delle migrazioni) nel suo ultimo Congresso nazionale a Palermo, spiega mons. Perego, segnala come “l’universalismo dei diritti trovi nella tutela del diritto alla salute degli immigrati una grave debolezza e incongruenza, ripetute disuguaglianze”.
Sul tema salute e migrazioni recentemente si è anche interrogata la Conferenza Episcopale Italiana con un convegno promosso dall’Ufficio per la pastorale della sanità e dalla Fondazione “Migrantes”, che si è svolto a Roma e al quale ha portato il suo contributo anche il segretario generale mons. Mariano Crociata.
“Se pensiamo che la maggior parte degli immigrati ha vissuto un periodo nell’irregolarità e nella paura, attraversando situazioni di sofferenza fisica e mentalesenza possibilità di poterla condividere – ha detto mons. Crociata –ci accorgiamo che sul tema della cura e dell’ospitalità sono in questione i fondamenti stessi della nostra umanità e gli apporti decisivi che la fede cristiana ha dato alla nostra civiltà”, sottolineando che la mancata conoscenza delle istituzioni, l’ignoranza della lingua, la diffidenza naturale portano spesso anche gli immigrati regolari a non avvalersi del medico di famiglia e dei servizi. Questo richiede – ha sottolineato – un accompagnamento che può essere facilitato da un lavoro di rete sociale e sanitaria.
Ecco perché occorre essere attenti verso queste problematiche perché l’accesso alle cure, comprese quelle psicologiche e psichiatriche, la tutela della vita e della maternità siano una realtà per ciascuno, al di là della provenienza e dello status giuridico. “La salute è un bene di tutti e per tutti: rappresenta un investimento sul futuro e sulla qualità delle relazioni umane e sulla tenuta morale e valoriale del corpo sociale”, ha sottolineato in quell’occasione il direttore della pastorale della salute don Andrea Manto. (Raffaele Iaria)


