Roma – “Un momento forte di preghiera, di condivisione, di offerta della sofferenza per il bene della Chiesa e di richiamo per tutti a riconoscere nel volto del fratello infermo il Santo Volto di Cristo che, soffrendo, morendo e risorgendo ha operato la salvezza dell’umanità”. Lo scriveva vent’anni fa Papa Giovanni Paolo II nella Lettera di istituzione della Giornata Mondiale del Malato, da lui fortemente voluta, che da allora si celebra, ogni anno, l’11 febbraio. Il Pontefice sottolineava di considerare “quanto mai opportuno estendere a tutta la Comunità ecclesiale una iniziativa che, già in atto in alcuni Paesi e regioni, ha dato frutti pastorali veramente preziosi” e ricordava che la Chiesa “ha sempre avvertito, nel corso dei secoli, il dovere del servizio ai malati e ai sofferenti come parte integrante della sua missione” e “non cessa di sottolineare l’indole salvifica dell’offerta della sofferenza, che, vissuta in comunione con Cristo, appartiene all’essenza stessa della redenzione”.
La Lettera indicava anche degli scopi ben precisi da raggiungere attraverso la celebrazione della Giornata: prima di tutto “sensibilizzare il Popolo di Dio e, di conseguenza, le molteplici istituzioni sanitarie cattoliche e la stessa società civile, alla necessità di assicurare la migliore assistenza agli infermi”; in secondo luogo “aiutare chi è ammalato a valorizzare, sul piano umano e soprattutto su quello soprannaturale, la sofferenza”. Il Papa avvertiva poi la necessità di “coinvolgere in maniera particolare le diocesi, le comunità cristiane, le Famiglie religiose nella pastorale sanitaria” e vedeva la Giornata come occasione di “favorire l’impegno sempre più prezioso del volontariato” senza dimenticare “l’importanza della formazione spirituale e morale degli operatori sanitari”. Infine i sacerdoti diocesani e regolari e tutti coloro che vivono ed operano accanto a chi soffre venivano richiamati all’impegno “dell’assistenza religiosa agli infermi”. In un ulteriore passaggio si dava conto anche della scelta della data, giorno della memoria liturgica della Madonna di Lourdes: quest’ultimo, infatti, “santuario mariano tra i più cari al popolo cristiano, è luogo e insieme simbolo di speranza e di grazia nel segno dell’accettazione e dell’offerta della sofferenza salvifica”.
Fin dal primo Messaggio per la nuova Giornata Mondiale del Malato, che si celebrò l’11 febbraio del 1993, Papa Wojtyla sottolineava la portata universale e quindi, da un certo punto di vista, “laica”, delle domande di fondo poste dalla realtà della sofferenza, che “non riguardano soltanto i credenti, ma interpellano l’umanità intera, segnata dai limiti della condizione mortale”. Il Pontefice aveva già allora le idee molto chiare sull’“ingiustizia” che colpiva alcune popolazioni senza le risorse sufficienti per la cura dei malati e sottolineava che “la gestione del pubblico denaro impone il grave dovere di evitarne lo spreco e l’uso indebito” e notava che “le attese oggi molto vive di una umanizzazione della medicina e dell’assistenza sanitaria richiedono una più decisa risposta”. Nel Messaggio dell’anno successivo Giovanni Paolo II affrontava il tema più spirituale del “dolore salvifico” e riconosceva che, a volte, “la sofferenza è intralcio alla felicità e motivo di allontanamento da Dio” e “senza dubbio esistono tribolazioni che, dal punto di vista umano, sembrano prive di qualunque significato”, ma indicava ai cristiani un “punto di vista più alto, quello di Dio, che tutti chiama alla vita e, se pur attraverso il dolore e la morte, al suo Regno eterno di amore e di pace”.
Nel 1995 il pontefice ricordava il senso della Giornata, che deve essere un “nuovo stimolo all’azione pastorale e caritativa della Comunità cristiana così da assicurarne una presenza sempre più efficace ed incisiva nella società” e di nuovo emergevano le preoccupazioni per quella che lui chiamava una “civiltà malata” di “egoismo”, “utilitarismo individualistico”, “indifferenza” e “crisi di valori spirituali e morali”: il papa sottolineava che, in effetti, la “patologia” dello spirito “non è meno pericolosa della ‘patologia’ fisica, ed entrambe si influenzano a vicenda”. Negli anni seguenti frequenti, nei Messaggi, i richiami al cammino preparatorio della Chiesa per il grande Giubileo del 2000: era un periodo vissuto “con fiducia”, tanto che il papa scriveva, nel 1996, che la Chiesa tra i “segni di speranza presenti in questo ultimo scorcio di secolo riconosce il cammino compiuto dalla scienza e dalla tecnica, e soprattutto dalla medicina a servizio della vita umana”. Nei Messaggio del ’97 e ’98 sono contenuti anche dei riferimenti personali: nel primo il papa ricordava che a Fatima, sede quell’anno delle celebrazioni per la Giornata, “volli recarmi nell’anniversario dell’attentato alla mia persona in Piazza San Pietro per ringraziare la divina Provvidenza” e nel secondo, parlava di Loreto, luogo “dei miei ripetuti pellegrinaggi”, dove “ho sempre sentito la particolare vicinanza dei malati, che qui accorrono numerosi e fidenti”.
Nel 1999, alle soglie della scadenza del secondo millennio dell’era cristiana, ribadiva “l’opzione preferenziale della Chiesa per i poveri ed i sofferenti nel corpo e nello spirito” mentre nell’anno del Giubileo il Messaggio era dedicato a una riflessione anche storica sul cammino dell’umanità. Papa Giovanni Paolo II notava che “il progresso economico, scientifico e tecnico non è stato accompagnato da un autentico progresso, centrato sulla persona e sulla inviolabile dignità di ogni essere umano” e “le stesse conquiste nel campo della genetica, fondamentali per la cura della salute e, soprattutto, per la tutela della vita nascente, diventano occasione di selezioni inammissibili, di insensate manipolazioni, di interessi antitetici all’autentico sviluppo, con risultati spesso sconvolgenti”. Il Pontefice era severo nell’indicare che mentre si fanno “sforzi ingenti per prolungare la vita ed anche per procrearla in modo artificiale” non si permette “di nascere a chi è già concepito e si accelera la morte di chi non è più ritenuto utile” senza parlare del fatto che prevale “una sorte di culto del corpo” e una “ricerca edonistica dell’efficienza fisica” che “riduce a considerare la vita una semplice merce di consumo, determinando nuove emarginazioni per disabili, anziani, malati terminali”.
Nel Messaggio del 2001 Papa Wojtyla faceva, per la prima volta, un accenno esplicito alle sue condizioni fisiche e scriveva che “avendo condiviso anch’io, in questi anni, a più riprese l’esperienza della malattia, ho compreso sempre più chiaramente il suo valore per il mio ministero petrino e per la vita stessa della Chiesa” e quindi, “nell’esprimere affettuosa solidarietà a coloro che soffrono, li invito a contemplare con fede il mistero di Cristo, crocifisso e risorto”. Nel 2002, 2003 e 2004 ritornavano le preoccupazioni e i richiami “a favore della cultura della vita e un impegno totale per la difesa della vita dal concepimento fino alla morte naturale”, perché “domande urgenti sul dolore e sulla morte, drammaticamente presenti nel cuore di ogni uomo nonostante i continui tentativi di rimuoverle o di ignorarle messi in atto da una mentalità secolarizzata, attendono risposte valide”. Ancora una volta era chiamata in causa l’“ingegneria genetica”: per il pontefice “ogni autentico progresso in questo campo” andava “incoraggiato”, purché “rispetti sempre i diritti e la dignità della persona fin dal suo concepimento”. L’ultimo Messaggio scritto dal Papa polacco, quello per Giornata del 2005, era dedicato al particolare tema di “Cristo speranza per l’Africa”: “una scelta che offrirà l’opportunità di manifestare concreta solidarietà alle popolazioni di quel Continente, provate da gravi carenze sanitarie”.
Il nuovo Pontefice, Benedetto XVI, nel 2006, concentrava l’attenzione per la sua prima Giornata Mondiale del Malato sui problemi connessi col “disagio mentale, che colpisce ormai un quinto dell’umanità e costituisce una vera e propria emergenza socio-sanitaria”. Il Pontefice notava, infatti, che “il prolungarsi di conflitti armati in diverse regioni della terra, il succedersi di immani catastrofi naturali, il dilagare del terrorismo, oltre a causare un numero impressionante di morti, hanno generato in non pochi superstiti traumi psichici, talora difficilmente recuperabili”. Ma anche nei Paesi ad alto sviluppo economico ci sono dei problemi e “all’origine di nuove forme di malessere mentale gli esperti riconoscono anche l’incidenza negativa della crisi dei valori morali”. L’anno successiva Papa Ratzinger sceglieva di concentrare l’attenzione sui “malati incurabili” per i quali “è necessario promuovere politiche in grado di creare condizioni in cui gli esseri umani possano sopportare anche malattie incurabili ed affrontare la morte in una maniera degna”. Il Pontefice diceva esplicitamente che occorrono “più centri per le cure palliative che offrano un´assistenza integrale” che sono “un diritto che appartiene a ogni essere umano e che tutti dobbiamo impegnarci a difendere”.
Nel 2008 e 2009 il Papa dedicava i Messaggi alla “famiglia nella realtà della malattia” e ai “bambini malati e sofferenti; nel 2010 evidenziava il “ruolo della chiesa a servizio dei sofferenti”, e citava in particolare le strutture sanitarie gestite dalle diocesi, o nate dalla “generosità” di vari Istituti religiosi, che sono un “patrimonio”. Infine, nel Messaggio dell’anno scorso, il Papa ha ricordato “se ogni uomo è nostro fratello, tanto più il debole, il sofferente e il bisognoso di cura devono essere al centro della nostra attenzione, perché nessuno di loro si senta dimenticato o emarginato; infatti “la misura dell´umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente” e ha invitato le stesse diocesi sparse nel mondo “ad adoperarsi perché la cura delle persone sofferenti e malate venga migliorata e resa più efficace”.


