Roma – Il 28 aprile 357 l’imperatore Costanzo II visitava Roma per la prima volta. Stando allo storico contemporaneo Ammiano Marcellino, che della visita ci ha lasciato una descrizione memorabile, il principe si sforzava di non mostrarsi troppo impressionato dalle bellezze della città (sarebbe parsa una concessione, «da provinciale», alla vecchia capitale dell’impero: «appariva immobile, né più né meno come nelle province»). Non trattenne però la sua meraviglia di fronte agli straordinari scenari del Foro Romano, del Foro di Traiano, dell’Anfiteatro Flavio e di altri insigni monumenti della città. Altrettanto colpito restò nel vedere rappresentate tra la gente le razze più svariate: «Rivolto lo sguardo alla plebe, si meravigliava come tutte le stirpi della terra fossero confluite in gran numero a Roma». Ai suoi occhi era questo il segno della grandezza della città.
La Chiesa di Roma dovette presto confrontarsi con il secolare carattere multietnico dell’Urbe. Del resto i forestieri appartenevano in maggioranza alle classi sociali più umili, e, come si sa, il soccorso dei “marginali” faceva parte dei doveri fondamentali delle prime comunità.
Già nelle più antiche costituzioni della Chiesa, alcune delle quali risalgono alla fine del I secolo, una precisa normativa imponeva ai fratres di prendersi cura degli stranieri, considerati una specifica categoria di bisognosi, accanto agli orfani, alle vedove, ai malati, ai carcerati, ai poveri. Aristide di Atene, nella sua Apologia indirizzata all’imperatore Adriano (117-138) o forse ad Antonino Pio (138-161), descrive con chiarezza il comportamento dei fedeli di fronte a coloro che si trovavano in difficoltà: «Quando i cristiani vedono un forestiero, lo conducono nelle loro case e si rallegrano con lui come con un fratello. Quando poi muore un povero, tutti danno secondo le loro possibilità per la sua sepoltura; e se sentono che qualcuno, subìto un processo, è stato condannato o incarcerato a causa del nome di Cristo, fanno una colletta per inviargli ciò di cui ha bisogno e, se possibile, lo liberano. Se poi qualcuno è povero, digiunano due o tre giorni e quanto avrebbero riservato a se stessi glielo inviano».
Tertulliano, alla fine del II secolo, aggiungerà ancora alle categorie dei bisognosi da soccorrere quella dei naufraghi. All’alba del IV secolo, il retore cristiano Lattanzio elencava con questa sequenza i doveri del buon cristiano in campo umanitario: ospitalità per gli stranieri in difficoltà, riscatto dei prigionieri, soccorso alimentare ai poveri, protezione degli orfani, delle vedove e degli indigenti, sostegno dei malati, realizzazione di sepolture per poveri.
Queste testimonianze non sono frutto della propaganda cristiana. Già intorno alla metà del II secolo, lo scrittore satirico pagano Luciano di Samosata, ne La morte di Peregrino, ironizzava sulla carità cristiana: «Il loro legislatore li ha persuasi di essere tutti fratelli».
L’imperatore Giuliano, che aveva ricevuto una educazione cristiana e che quindi conosceva molto bene le abitudini dei fratres, doveva ammettere, nel 362, che era stata, tra l’altro, la benevolenza verso gli stranieri ad aver dato incremento al cristianesimo. Per questo — per contrastare il successo della nuova religione — ordinava che in ogni città si istituissero strutture d’accoglienza per i forestieri (xenodochèia), «cosicché gli stranieri possano profittare della nostra filantropia».
Come si diceva, la Chiesa di Roma dovette presto elaborare strategie di intervento finalizzate al soccorso degli stranieri e delle altre categorie di bisognosi. Il filosofo neoplatonico palestinese Giustino, convertitosi al cristianesimo e morto martire a Roma nel 165, nella sua prima Apologia indirizzata ad Antonino Pio, scritta a Roma tra il 148 e il 160, fa menzione di una colletta realizzata in seno alla comunità, nel momento della messa domenicale, finalizzata al sostentamento di orfani, vedove, malati, carcerati e, appunto, stranieri. Era direttamente colui che dirigeva l’assemblea a portare le offerte ai bisognosi. Papa Fabiano, alla metà del III secolo, aveva diviso la città in sette distretti affidandoli ai diaconi (le sette regioni ecclesiastiche), proprio per organizzare con maggiore efficacia le attività assistenziali.
Le raccolte delle offerte spontanee dei fedeli avvenivano nelle parrocchie urbane (le chiese titolari) durante la messa, in particolare in determinati giorni dell’anno, come ci informano alcune omelie di Papa Leone Magno (440-461). Anche il Palazzo lateranense — la residenza dei Papi — era il luogo dell’ospitalità: Gregorio Magno (590-604), stando alla biografia che di lui scrisse Giovanni Diacono, era solito condividere la mensa, ogni giorno, con dodici forestieri. Alla fine dell’VIII secolo, il numero dei poveri sfamati quotidianamente all’ombra del Patriarchio era di cento.
Di strutture specificamente destinate ad accogliere gli stranieri e le altre categorie di bisognosi siamo a conoscenza, a Roma, solo alla fine del IV secolo. San Girolamo ricorda che la nobildonna Fabiola aveva fondato un nosocomio «per ospitarvi tutti gli ammalati che trovava per le piazze»; il senatore Pammachio, un fervente cristiano, aveva fatto costruire un ricovero per stranieri a Porto, la cittadina che si era formata, presso Ostia, sulla riva destra del Tevere, intorno al porto di Traiano.
All’epoca di Gregorio Magno esistevano a Roma cinque xenodochia. Tre di essi — lo xenodochium Aniciorum, lo xenodochium Valerii e un terzo realizzato dal generale bizantino Belisario — erano stati fondati, come assicurano le loro denominazioni e le notizie tramandate dalle fonti, da membri dell’aristocrazia laica; non sappiamo chi avesse fatto realizzare lo xenodochium de via Nova, situato presso le terme di Caracalla, mentre dello xenodochium iuxta gradus beati Petri, ubicato accanto alla grande scalinata d’accesso alla basilica vaticana, è probabile che il fondatore fosse lo stesso Gregorio Magno.
Purtroppo, di questi “ospizi” praticamente nulla conosciamo a livello monumentale. Solo per lo xenodochium Valerii, che si trovava presso il Foro di Traiano, si è recentemente proposto di riconoscere in alcuni ambienti di forma rettangolare allungata, addossati a una delle colossali esedre della basilica Ulpia, i dormitori dei ricoverati.
Tra la fine del VII secolo e la metà dell’VIII, il soccorso degli stranieri di Roma era ormai probabilmente anche assicurato dalle diaconie, istituzioni assistenziali specificamente destinate ai poveri della città. All’epoca di Papa Adriano I (772-795) se ne contavano ventitré, distribuite nelle aree a maggiore densità abitativa o più intensamente frequentate (ben quattro erano presso San Pietro in Vaticano). Fondate in parte da laici appartenenti all’élite della città, in parte dagli stessi vescovi di Roma, tali strutture andavano a sostituire e a potenziare un servizio d’assistenza in precedenza centralizzato, coordinato direttamente dal Papa (diaconia episcopalis).
Alla direzione delle diaconie era posto un laico, mentre dell’attività pratica di assistenza degli indigenti si occupavano monaci. Le diaconie romane erano situate lungo le principali direttrici stradali urbane, spesso non lontano dagli scali fluviali del Tevere. Oltre alle residenze dei monaci e agli uffici del personale direttivo, esse comprendevano una chiesa, gli alloggi dei poveri, refettori, dispense e magazzini per lo stoccaggio dei beni di prima necessità, ambienti non di rado ricavati in edifici pubblici romani ormai dismessi.
Dalle fonti sappiamo che i pauperes Christi venivano sottoposti una volta alla settimana a un bagno igienico, durante il quale essi erano invitati a pregare per i loro benefattori: alcune diaconie dovevano dunque essere pure provviste di piccole terme.
Purtroppo, anche delle diaconie romane molto poco resta a livello monumentale, al di là delle chiese di cui erano dotate e da cui prendevano nome. Come per lo xenodochium Valerii, si è di recente ipotizzato di riconoscere corsie-dormitorio e refettori in alcuni grandi ambienti oblunghi documentati in passato dall’archeologia e in parte ancora esistenti presso le chiese di Sant’Angelo in Pescheria al Portico d’Ottavia e di Sant’Adriano al Foro Romano.
A Sant’Angelo in Pescheria le stanze erano delimitate da muri costruiti con una tecnica edilizia che ne consente una datazione nei decenni centrali dell’VIII secolo; i vani erano dotati di piccole finestre e si addossavano agli antichi templi di Bellona e di Apollo Sosiano, ormai in disfacimento. Sempre a Sant’Angelo una piccola stanza absidata, dotata di un dispositivo per l’adduzione dell’acqua, è stata ipoteticamente identificata con le terme utilizzate per il bagno dei pauperes Christi. (Vincenzo Fiocchi Nicolai – Osservatore Romano)


