Zurigo – “In questi anni mi sono reso conto del notevole e complesso lavoro svolto dai miei predecessori. Sono convinto che il servizio di coordinatore esige un impegno a tempo pieno. Purtroppo dallo scorso mandato il pensum è stato ridotto del 50%; quindi accanto all’incarico di coordinatore debbo proseguire il servizio di missionario per la Missione Cattolica Italiana di BadenWettingen al 50%. In compenso ho la possibilità per la Missione di BadenWettingen di avere la collaborazione di un altro sacerdote a tempo pieno; ciò mi favorirà nello svolgere il servizio al quale sono stato chiamato”. E’ quanto afferma il neo coordinatore nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Svizzera, don Carlo De Stasio, in una intervista al settimanale delle MCI svizzere “Il corriere degli Italiani”.
Don De Stasio conta sulla collaborazione “dei nostri missionari e collaboratrici e collaboratori pastorali, sottolinea il sacerdote che è parlando poi delle Missioni Cattoliche Italiane ha spiegato che il contesto socio-religioso della Chiesa in Svizzera è spiccatamente multiculturale e le sfide pastorali conseguenti sono rilevanti e ci coinvolgono in prima persona. Siamo cattolici di nazionalità, lingue e culture differenti; autoctoni, immigrati e persone che vivono il fenomeno della mobilità umana. Tutti – aggiunge don De Stasio – a partire dall’unica fede e dal Battesimo apparteniamo al Corpo di Cristo e avvertiamo la gioia e l’impegno di testimoniare e rendere visibile la comunione tra le nostre diversità”.
Nella Chiesa – spiega ancora il coordinatore – il modello di “integrazione”, assunto spesso in modo “acritico e fallimentare dagli Stati non ha diritto di cittadinanza e non deve esser usato per giustificare chiusure pastorali o tagli finanziari; come risulta esser contrario alla vocazione della Chiesa percorrere modelli separati e autonomi tra Missioni e Parrocchie, tra Diocesi e Missioni linguistiche. Ritengo prezioso e attuale il servizio che svolgiamo per gli Italiani in Svizzera e per le Chiese locali alle quali apparteniamo. I tempi sono profondamente mutati: da una fase di emergenza si è passati alla stabilità di comunità di missione. Il futuro penso che ci vedrà ancor più impegnati. La multiculturalità, la carenza di clero e di operatori pastorali laici nelle diocesi svizzere, l’anelito per una nuova evangelizzazione che ha tra le vie preferenziali la pastorale migratoria, ci interpella e ci invita ad una seria e generosa disponibilità a lasciarci plasmare da ciò che lo Spirito (santo?) dice alle Chiese. Sono prete per vivere e testimoniare la comunione. “Un cuor solo e un’anima sola” non è soltanto una bella frase. Questa fusione di anime e di cuori portava le prime comunità cristiane perfino alla condivisione dei beni materiali, quindi questa frase diventa scomodissima per noi che fatichiamo a trovare l’unità neppure nelle più elementari operazioni pastorali. Ho detto di si ai Vescovi svizzeri per essere a servizio della comunione e il cammino che intendo percorrere è quello della comunione: questa riconosce e permette le differenze, ma chiede che sia vissuta in un rapporto di alterità, di dono e condivisione, in una logica di parità e uguaglianza, che porta ciascuna delle parti a cambiamenti fecondi per il bene comune, per l’unità, per la Chiesa comunione”.


