Le migrazioni in Asia: un viaggio studio del “Dossier Statistico”

Manila – Scarse tutele e protezione sociale, lavori poco qualificati e temporanei, alta presenza femminile e mediazione di agenzie di reclutamento che fanno lievitare i costi della migrazione e impongono regole: queste le caratteristiche dei flussi migratori all’interno dell’Asia, che coinvolgono ogni anno 4 milioni di persone, considerati soprattutto come “forza lavoro”. Ne ha parlato oggi padre Graziano Battistella, Direttore dello Scalabrini Migration Center Manila, nel suo intervento alla prima giornata di lavori del quarto viaggio-studio del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes sul tema “Asia-Italia: scenari migratori”, in corso a Manila (Filippine) fino al 20 gennaio.

 
Ad aprire l’evento mons. Enrico Feroci, Direttore della Caritas di Roma e Franco Pittau, coordinatore del Dossier, che hanno illustrato gli obiettivi dell’incontro. I Paesi asiatici dove si emigra di più sono Cina (anche all’interno del Paese), India, Filippine e Vietnam. Le persone preferiscono il Medio Oriente (Paesi del Golfo) e l’Asia dell’est, che è al tempo stesso regione di origine e di destinazione. Singapore, Malesia e Taiwan, ad esempio, sono Paesi di destinazione.
Al contrario, il Giappone “non consente l’ingresso di lavoratori migranti – ha spiegato p. Battistella -, ma siccome non può evitare del tutto le migrazioni, ha fatto rientrare giapponesi emigrati in Sud America e ha permesso l’apprendistato di lavoratori stranieri a basso costo”. Nel Paese del Sol levante c’è poi il curioso fenomeno delle “spose straniere”: il 6% dei matrimoni sono con donne non giapponesi, grazie al boom delle agenzie matrimoniali. E mentre Paesi come il Pakistan vietano assolutamente l’emigrazione femminile, in generale in Asia moltissime donne (in primis dalle Filippine) si spostano per lavorare come collaboratrici domestiche nei Paesi del Golfo, dove subiscono alte forme di sfruttamento. Qui vige il sistema della “kafala”, per cui i migranti non sono mai completamente liberi ma costretti a dipendere dalle decisioni dei “kafìl”, una sorta di tutore. “E’ il caso delle domestiche che rimangono incinte dei datori di lavoro – ha precisato il missionario scalabriniano -. Il kafìl può negare loro il permesso di tornare a casa”. Nei ricchi Paesi del Golfo i migranti, sempre temporanei, vengono impiegati nel settore privato (spesso con stipendi molto bassi, intorno ai 400 euro mensili) perché la popolazione locale preferisce lavorare nel settore pubblico. E comunque i contratti non durano più di due anni.
Nei Paesi del Golfo (Qatar, Emirati Arabi, Arabia Saudita) non è possibile mettere radici, né ricongiungersi con la famiglia, “a meno che non si sia lavoratori altamente qualificati e ad alto reddito”. Secondo padre Battistella il sistema di migrazione temporanea in Asia “ha bisogno di maggiore protezione dei lavoratori e flessibilità, dando la possibilità di poter rimanere a lungo e vivere con la famiglia”.
Maruja Asis, ricercatrice presso lo Scalabrini Migration Center di Manila, ha poi fatto una panoramica dell’immigrazione filippina: ben 9,4 milioni di filippini lavorano all’estero, il 10% della popolazione, con un grosso contributo delle rimesse al Pil. La maggior parte dei filippini vive negli Usa (2.877.666), negli Emirati Arabi (1.159.0003) e in Canada (639.003). In Europa sono 663.889, soprattutto in Gran Bretagna (200.000) e Italia (33.055). Nelle Filippine si migra per motivi economici (il 26,5% della popolazione è sotto la soglia di povertà), per la presenza di agenzie di reclutamento e per una persistente “cultura della migrazione”. “Se si chiede ad un bambino cosa vuol fare da grande – ha detto Asis – lui risponde: il migrante”. Secondo la ricercatrice in futuro i flussi migratori in uscita dalle Filippine sono destinati ad aumentare. (SIR)