Roma – Molti sono i popoli. Una è la stella che rivela al mondo il mistero di salvezza nel Verbo fatto carne.
Nella convivialità delle differenze sta una chiave di lettura dell’Epifania, richiamo all’unità della famiglia umana in mezzo alla “ricchezza delle genti”, annunciava la liturgia di ieri con le parole del profeta Isaia. Se, attraverso l’adorazione dei Magi, Cristo si è manifestato a tutti i popoli, la Chiesa è chiamata a testimoniare una fede senza confini. È il senso delle Feste dei popoli celebrate ieri nelle diocesi italiane come invito a costruire ponti culturali e sociali tra le diverse comunità etniche che vivono nella Penisola.
“Nessuno deve sentirsi estraneo – ha sottolineato l’arcivescovo di
Napoli, card. Crescenzio Sepe, rivolgendosi agli immigrati –. Avete dovuto superare sofferenze, pregiudizi e discriminazioni, ma oggi siete qui e la Chiesa di Napoli vi accoglie come madre”. Come modello il porporato ha indicato i Magi, “cercatori di verità, testimoni della nascita e della presenza di Cristo” che con la loro vicinanza sollecitano a “vivere in fratellanza, solidarietà e onestà”. Nella Cattedrale di Rimini quaranta vessilli hanno aperto la Messa presieduta dal vescovo Francesco Lambiasi. Fra i temi affrontati nell’omelia la sfida dell’annuncio. “Occorre condividere l’impegno dell’evangelizzazione e della formazione cristiana per i bambini e giovani delle comunità straniere – ha detto il presule – ma occorre anche farci aiutare da chi è arrivato come immigrato nella nuova evangelizzazione dei nostri cristiani che hanno bisogno di riscoprire la bellezza della fede in Gesù Cristo e nella sua Chiesa”.
Napoli, card. Crescenzio Sepe, rivolgendosi agli immigrati –. Avete dovuto superare sofferenze, pregiudizi e discriminazioni, ma oggi siete qui e la Chiesa di Napoli vi accoglie come madre”. Come modello il porporato ha indicato i Magi, “cercatori di verità, testimoni della nascita e della presenza di Cristo” che con la loro vicinanza sollecitano a “vivere in fratellanza, solidarietà e onestà”. Nella Cattedrale di Rimini quaranta vessilli hanno aperto la Messa presieduta dal vescovo Francesco Lambiasi. Fra i temi affrontati nell’omelia la sfida dell’annuncio. “Occorre condividere l’impegno dell’evangelizzazione e della formazione cristiana per i bambini e giovani delle comunità straniere – ha detto il presule – ma occorre anche farci aiutare da chi è arrivato come immigrato nella nuova evangelizzazione dei nostri cristiani che hanno bisogno di riscoprire la bellezza della fede in Gesù Cristo e nella sua Chiesa”.
Nella diocesi di Padova, durante l’Eucaristia ospitata nella parrocchia del “Tempio della pace”, l’arcivescovo Antonio Mattiazzo ha posto l’accento sull’”armonia” come motivo di “vera gioia”. “Abbiamo testimoniato che la Chiesa cattolica non è tale perché di parte – ha aggiunto – ma davvero universale”. Ed è in grado di “coniugare pluralità e diversità con l’unità”.
A Prato la piazza del Duomo ha accolto, sin dal primo pomeriggio, le comunità etniche presenti nella diocesi toscana con la musica delle percussioni africane, delle chitarre del Pakistan e dello Sri Lanka e le voci dei giovani cinesi. “Il freddo pungente – ha dichiarato il vescovo Gastone Simoni – ci deve far ricordare il freddo che ha dovuto sopportare il Bambin Gesù per la nostra salvezza. Per questo il mio appello è soprattutto per i bambini affinché non crescano egoisti, ma incarnino la fratellanza di Cristo”. E al mattino Simoni aveva esortato Prato a “una grande missione: annunciare il Signore a tutti gli immigrati”. E poi aveva chiarito: “Dobbiamo essere preoccupati giustamente del rispetto delle regole, ma dobbiamo anche guardare agli stranieri come a uomini e donne che vivono le nostre stesse esperienze e le nostre stesse attese”.
A Vicenza è stato il vicario generale, mons. Lodovico Furian, a presiedere la celebrazione in Cattedrale dal momento che il vescovo Beniamino Pizziol era impegnato nel patriarcato di Venezia del quale è amministratore apostolico. Al centro della riflessione di Furian “la crisi economica e la mancanza di lavoro”. “Le difficoltà – ha detto – ci affratellano e ci impegnano a una maggiore condivisione”. Poi ha invocato un “tavolo programmatico” per affrontare i “problemi complessi e tribolati” del momento richiamando a coesione i cattolici impegnati in politica. (Avvenire)


