Solidarietà a Basilea: una esperienza che coinvolge anche tanti italiani

Basilea – A Basilea, a cento metri dal confine con la Germania, sorge uno dei cinque centri svizzeri di registrazione e procedura per i richiedenti asilo. È una zona isolata, “di frontiera”, e comunque al margine rispetto alla vita quotidiana della città. Un luogo certamente lontano dalle luci, dalle musiche e dall’atmosfera del Natale.

 
Eppure, proprio un ambiente come questo, con le persone che vi si incontrano, possono rimandare al vero senso della grande festa della nascita di Cristo, che viene da straniero tra noi, bussando alla nostra porta. Il paragone tra la grotta di Betlemme e il centro di registrazione di Basilea ci dà l’opportunità di riflettere: il Dio che si fa uomo, non solo sceglie di assumere la nostra natura umana, ma di condividere proprio il cammino di coloro che non hanno facile accesso ai luoghi della pace, della sicurezza e del benessere: “Ero straniero e mi avete accolto…” (Mt 25,35).
Nel centro di registrazione alloggiano, fino a un massimo di tre mesi, alcune centinaia di uomini, donne e bambini provenienti dai più diversi Paesi del mondo, spesso da zone di guerra o di persecuzione. Giungono in Svizzera per chiedere asilo, cioè protezione, accoglienza, insomma un posto dove poter vivere. Vengono da luoghi noti alle cronache degli ultimi anni: Afghanistan, Iraq, Iran, Tunisia, Libia, Somalia, ma anche da altri meno ricordati: Eritrea, Tibet, Nepal, Congo, Nigeria, Costa d’Avorio…
Essere riconosciuti come rifugiati non è facile: è necessario, infatti, provare e documentare di avere il giustificato timore di essere perseguitati per motivi politici, religiosi, etnici nel proprio Paese. Solo una parte dei richiedenti asilo ottiene alla fine un permesso. In molti casi, l’intera procedura d’asilo viene espletata durante la permanenza nel centro di registrazione, concludendosi con una risposta negativa e quindi con la prospettiva dell’espulsione o di una vita in clandestinità.
Per questo motivo, il centro di registrazione diviene un luogo di speranza, attesa, paura, gioia o terribile delusione, un luogo in cui s’incontra l’umanità nelle sue più varie sfaccettature, la stessa umanità che Gesù ha accolto in sé. Non stupisce, allora, che dei cristiani, insieme a uomini e donne di buona volontà delle più diverse religioni, svolgano presso il centro un servizio a favore dei richiedenti asilo, cercando di alleviare in qualche modo la loro sofferenza.
Tra questi volontari troviamo anche diversi italiani: si tratta di migranti della prima generazione giunti in Svizzera negli anni ’60 o delle loro figlie della seconda generazione, o ancora di mogli di professionisti trasferitisi per lavoro, le quali desiderano continuare anche all’estero l’impegno di servizio cristiano.
Insieme ad altre persone – di origine svizzera, turca, francese, iraniana, curda, sudanese, kosovara, giapponese, tedesca, tibetana… –, i volontari italiani collaborano con il Servizio pastorale ecumenico per i richiedenti asilo (OeSA nell’abbreviazione in tedesco), un’organizzazione sostenuta da diverse chiese cristiane, tra cui quella cattolica.
OeSA offre assistenza psico-sociale a tutti i richiedenti asilo, indipendentemente dalla religione e dalla nazionalità, e propone anche un accompagnamento pastorale per i cristiani, cattolici o protestanti, collegandoli, se possibile, con le rispettive parrocchie in città. I volontari si suddividono tra il servizio di traduzione, i momenti di gioco per i bambini, i corsi di tedesco e di disegno, e anche una piccola caffetteria in uno dei prefabbricati. Lì viene offerto gratuitamente del caffè, insieme a pane e dolci che un’organizzazione raccoglie in giornata dai grandi negozi della città, tra gli alimentari che rimangono invenduti: un’occasione per avvicinare i richiedenti asilo, ascoltare i loro problemi e indirizzarli a chi può tentare di dare loro un aiuto.
Nel team pastorale dell’OeSA, su mandato della chiesa cattolica, accanto ai colleghi protestanti, è stata assunta una missionaria secolare scalabriniana, Susy Mugnes. Nel corso degli anni, diversi italiani della parrocchia San Pio X di Basilea dei missionari scalabriniani hanno cominciato a impegnarsi come volontari, in particolare nella caffetteria e nell’assistenza ai bambini.
Oltre alle attività ordinarie, poco prima di Natale, viene organizzata una festa aperta a tutti che incontra il rispetto e l’interesse anche di chi appartiene ad altre religioni. Lo stesso avviene in occasione della preghiera organizzata il giorno di Natale all’interno del centro di registrazione, coinvolgendo in quel caso non solo i richiedenti asilo, ma anche gli agenti della sicurezza e il personale che si occupa della gestione della casa.
La festa nella caffetteria prevede un momento speciale per i bambini dei richiedenti asilo, con la consegna di regali a seconda delle diverse età. I pacchetti vengono offerti in parte dalla comunità anglicana di Basilea. Alcune giovani mamme italiane sono presenti con i figli e portano anche loro dei doni: un modo semplice per insegnare a condividere con altri la gioia del Natale.
Certo, per gli italiani in Svizzera, per la prima e la seconda generazione così come per i professionisti all’estero, non è automatico “rimanere migranti” nel cuore, mettersi in cammino verso gli altri, i nuovi stranieri. C’è il rischio di far propri i pregiudizi presenti nella popolazione locale. Grazie alla fede, tanti imparano a leggere la propria storia di migrazione con occhi nuovi. Nell’esperienza del migrare si riconosce non solo la dura lotta per liberarsi dal bisogno economico e conquistare un certo benessere, ma anche l’apertura verso un orizzonte più ampio che dà senso a tutta l’esistenza: luogo di incontro con Dio, che si fa straniero con noi e non ci abbandona mai.
Davvero il Natale diventa momento privilegiato per aprire gli occhi su questa realtà di fede. E per tanti italiani all’estero, in Svizzera ma non solo, occasione importante di solidarietà e condivisione, al di là delle frontiere. ( L. Deponti – Messaggero di Sant’Antonio)