Milano – Le prove ormai sono quotidiane, il concerto del riscatto è alle porte. Violini e fisarmoniche si fondono con contrabbasso e batteria nei ritmi vorticosi della musica gitana. L’emozione dei genitori è palpabile e domenica prossima sarà il gran giorno: alle 18,30 la Sala Verdi del Conservatorio di Milano – quella delle grandi occasioni – ospiterà un evento speciale. L’ingresso sarà libero. Si intitola “Sulla strada della musica” il concerto che terranno 22 bambini e ragazzi rom dai 6 ai 18 anni di età insieme a maestri e studenti della prestigiosa istituzione musicale milanese, diretto e arrangiato da Alessandro Cerino. Si tratta di un’iniziativa realizzata dal Conservatorio con la fondazione Casa della carità, che un anno fa hanno deciso di proporre un corso di musica, finanziato dal ministero dell’Istruzione, a un gruppo di giovanissimi dotati di orecchio musicale e di talento, ma digiuni di note e spartiti. Al termine, i cinque allievi più meritevoli sosterranno l’esame di ammissione al Conservatorio.
La Casa della carità segue il gruppo dal 2005, da quando le loro famiglie, provenienti dalla Romania, vennero sgomberate e si ritrovarono in mezzo alla strada. Tutte hanno accettato un patto: la Casa della carità le avrebbe aiutate a inserirsi se accettavano di mandare i figli a scuola. Sei anni dopo vivono in un’abitazione, i padri lavorano e i ragazzi studiano. Il concerto al Conservatorio Verdi dimostra che quanto di brutto si dice sul popolo rom è spesso un pregiudizio che sconfina nel razzismo. Ma l’arte è ancora un ponte tra culture.
“L’anno scorso – spiega il presidente del Conservatorio Arnoldo Mosca Mondadori – mi sono domandato come poteva un’istituzione come questa dare un segnale di inclusione e integrazione. Con la Casa della carità abbiamo ideato il corso per i bambini e ragazzi rom. Abbiamo insegnato loro a sfruttare la dote dell’improvvisazione, trasmettendo il concetto che per diventare musicisti veri occorre studiare e fare esercizio. Mi piacerebbe che altri conservatori adottassero questo modello”. I violini sono stati realizzati dal laboratorio dei detenuti del carcere milanese di Opera. (Popotus – Avvenire)


