Bruxelles – Talvolta marciare controcorrente, o quanto meno lanciare segnali “alternativi” rispetto a una mentalità diffusa, può essere, oltre che rischioso e faticoso, anche un atteggiamento virtuoso. Tre temi all’ordine del giorno comunitario sembrano prendere tale direzione.
Da tempo, anzitutto, l’Unione europea (così come il Consiglio d’Europa) insiste, sul piano legislativo e dei progetti concreti, sulla necessità e il dovere di iniziative inclusive a favore della popolazione rom, che si aggira tra i 10 e i 12 milioni di persone. L’argomento torna in discussione al Parlamento di Strasburgo (sessione del 14-17 novembre): su tale versante occorre riconoscere che l’Europa, in tutte le sue sedi, e salvo poche eccezioni di forze politiche minoritarie, indica l’urgenza di azioni volte a far sì che le popolazioni rom si possano sentire accolte, rispettate nelle loro tradizioni, liberate dai pregiudizi che da sempre accompagnano gli “zingari”. L’UE richiama al contempo il fatto che al loro interno tali comunità, siano esse stanziali o “camminanti”, sviluppino il rispetto delle leggi dei paesi ospitanti e dei diritti fondamentali, a partire dalla tutela dei minori (si pensi ad esempio alla frequenza scolastica) e delle donne. Le linee indicate in sede europea dovrebbero far da guida a politiche d’integrazione in ogni Stato membro, dove permangono forti sacche di discriminazione.
Un ulteriore argomento rimanda al sostegno a quella ampia parte di popolazione disagiata, povera o con poche opportunità di inserimento socioeconomico che, dopo essere stata al centro di tante “parole” nel recente Anno europeo contro la povertà (2010), attende provvedimenti efficaci da parte degli Stati membri, impegnatisi in tal senso. Di certo la crisi economica ha peggiorato la situazione e le persone e le famiglie indigenti in Europa sono sensibilmente aumentati negli ultimi anni. Non a caso lo stesso Europarlamento affronta in plenaria una relazione per definire la “Piattaforma europea contro la povertà e l’esclusione sociale”, piuttosto ampia e articolata, che fra l’altro riconosce come “le politiche familiari sono essenziali nell’ambito delle politiche di lotta alla povertà”. Questo, come tutti i provvedimenti politici (siano essi nazionali o comunitari), dovrà poi tradursi nel vissuto quotidiano, ma certo dimostra che il grave problema della povertà, che attanaglia 80-100 milioni di europei, resta in primo piano in ambito UE.
Sempre fuori dagli schemi correnti si muove una relazione, questa volta della Commissione europea, resa nota l’11 novembre, che riguarda la presenza nel mercato del lavoro UE dei cittadini rumeni e bulgari. Dalla caduta del Muro di Berlino (1989) e, più ancora, dall’allargamento dell’UE verso est (2004, 2007), si è verificato un notevole afflusso di lavoratori da Bucarest e Sofia verso l’Europa occidentale, e in particolare in Spagna e Italia, soprattutto per svolgere mansioni nel settore edile, della ristorazione, dell’industria pesante, dei servizi alla persona (badanti) e domestici. Ma, attesta la Commissione, diversamente da quanto generalmente si ritiene, “non si è registrato un impatto significativo sulla disoccupazione o sui salari dei lavoratori locali nei paesi di destinazione”. Insomma, per la Commissione rumeni e bulgari non hanno “rubato il lavoro”: questi migranti “hanno contribuito a integrare il mix di abilità richiesto sul mercato del lavoro nonché a colmare i posti vacanti in settori e professioni che registravano carenze di manodopera”. Dalle stime emergerebbe addirittura “un impatto positivo della libera circolazione di rumeni e bulgari sul Pil a lungo termine dell’UE”. Da qui l’Esecutivo Barroso esprime l’auspicio “di vedere rimosse tutte le restrizioni nell’accesso al mercato del lavoro UE”, per questi migranti interni all’Europa, tenuto conto che le limitazioni alla libera circolazione sono consentite, per un periodo transitorio che terminerà nel 2012, per ragioni di tutela dell’occupazionale nazionale. La gran parte dei paesi UE ha rimosso tutte le barriere, mentre 11 Stati (Austria, Belgio, Germania, Irlanda, Francia, Italia, Malta, Paesi Bassi, Lussemburgo, Spagna e Regno Unito) continuano a limitare gli accessi per ragioni anche comprensibili legate alla disoccupazione interna.
Di certo quando si parla di rom, di poveri e di lavoratori migranti la molteplicità dei problemi che si solleva non può essere sottovalutata né affrontata solo emotivamente. Eppure politiche inclusive, fondate ovviamente su regole ben precise e azioni prudenti, sono state sinora un elemento sempre invocato per descrivere una Europa moderna, solidale, in grado di pescare nella sua eredità cristiana il grande valore della promozione umana e sociale. Non è mai tardi per passare dalle enunciazioni ai fatti. (SIR)


