Torino: mons. Nosiglia alla presentazione del Dossier Statistico Immigrazione

“A Torino molti immigrati rappresentano una realtà positiva sia sul piano del lavoro (di tipo artigianale, commerciale o manuale oppure anche dando vita a piccole imprese), sia dei servizi (in particolare per gli anziani nelle case, e in tanti posti dove esercitano un lavoro che molti italiani ormai non scelgono), sia sul piano della partecipazione alla vita cittadina e del territorio, sia nella crescente presenza nelle scuole e nell’Università, sia anche sul piano religioso (almeno per la Chiesa e le chiese e comunità cristiane di cui fanno parte con partecipazione numerosa alla vita religiosa)”.
E’ quato ha detto oggi l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia intervenendo, a Torino, alla presentazione del Dossier Statistico Immigrazione della Caritas e della Migrantes.
Il presule ha annunciato che la sera della festa dei Santi, 1 novembre, si svolgerà in cattedrale una veglia di preghiera promossa dal servizio ecumenico diocesano, il Sermig e la Chiesa copta con la partecipazione delle altre Chiese e comunità cristiane, per pregare in suffragio delle vittime della strage avvenuta in Egitto e impetrare lo Spirito del Signore perché “sostenga i nostri fratelli copti in questo tempo difficile offrendo loro la massima solidarietà. L’obiettivo – ha detto – è anche che l’Italia promuova in sede europea un costante impegno dell’Unione in tutti i Paesi dove, purtroppo, oggi i cristiani copti vengono discriminati o sono facile obiettivo degli estremisti, e non trovano sufficienti garanzie politiche, giuridiche e sociali, perché la libertà religiosa a volte è proclamata solo come principio ma di fatto non è poi attuata verso i fedeli cristiani che vi abitano”. A Torino – ha sottolineato mons. Nosiglia – c’è “un positivo dialogo e incontro con gli immigrati, fatto di rispetto reciproco e di collaborazione vicendevole, anche se dobbiamo sempre operare insieme perché diritti e doveri reciproci siano effettivamente riconosciuti e attuati concretamente. Soprattutto si promuova una mentalità e uno stile di vita dove il camminare insieme, per cercare più quello che unisce di quello che divide, prevalga su paure, rifiuti e chiusure sempre possibili, purtroppo, in un tempo di forte cambiamento culturale e sociale”.
L’arcivescovo di Torino ha voluto ringraziare la Migrantes e la Caritas “per come gestiscono l’accoglienza e la presenza sul territorio torinese e regionale dei gruppi di immigrati che sono tra noi. Lo fanno con competenza e generosità, valorizzando al meglio le risorse umane, professionali, culturali e religiose in un costante dialogo e incontro tra tutte le realtà coinvolte. C’è una rete ampia e articolata che supporta un peso non indifferente valendosi per lo più del volontariato sociale, un esercito di persone che gratuitamente si prestano per garantire tanti servizi ai fratelli e sorelle immigrati e ai loro figli. E questo sia sotto il profilo religioso che sociale e culturale. Ci sono tuttavia alcuni obiettivi non ancora raggiunti, che vanno pertanto tenuti in grande considerazione.Primo fra tutti il passaggio dall’accoglienza all’integrazione in particolare verso la seconda generazione di immigrati. Resta ancora per molti l’emergenza della prima accoglienza, ma va impostata e gestita bene anche la fase successiva della integrazione. Non possiamo ormai guardare al mondo degli immigrati come a persone che hanno più o meno gli stessi bisogni. A parte le differenze notevoli tra di essi dovute alla cultura, religione e nazione da cui provengono, c’è da tenere in grande considerazione quanti da anni hanno ottenuto la cittadinanza e quanti la richiedono perché hanno deciso di restare nel nostro Paese e sono inseriti nel suo tessuto sociale, lavorativo. In particolare vanno tenute in speciale considerazione le nuove generazioni, molti bambini, ragazzi e giovani che sono nati in Italia e hanno frequentato o stanno frequentando la scuola italiana”.
Per mons. Nosiglia i nostri giovani “debbono considerare i loro coetanei immigrati non concorrenti ma compagni con cui costruire insieme il comune futuro nella società. Ci sono poi – ha aggiunto – i richiedenti asilo di quest’anno, che sono soggetti a una situazione molto precaria, incerta e difficile da gestire. Stare in un Centro o una struttura per mesi e mesi senza sapere quale sarà il proprio futuro, e starci senza fare niente, esaspera gli animi e rappresenta una situazione potenzialmente esplosiva, ingiusta e non accettabile. Occorre accorciare i tempi e decidere comunque del loro domani, senza trascinare per troppi mesi la questione del concedere o no il permesso di soggiorno o dell’accoglienza o meno di richiesta di asilo. Il Tavolo di coordinamento regionale esiste e sta lavorando bene, ma non possiamo scaricare su questo organismo il complesso dei problemi che sono sul tappeto in questo momento, sia per quanto attiene alla prima accoglienza sia in particolare per l’attivazione di percorsi di integrazione. Questi, infatti, esigerebbero maggiori risorse di mezzi e personale per un graduale ma anche sicuro inserimento nella cittadinanza e comunità. La Chiesa, insieme a diverse realtà – ha spiegato ancora il presule – anche civili è disponibile a fare la sua parte per affrontare questa seconda fase che vada oltre la prima accoglienza, ma si esigono prospettive meno incerte. Quindi, il problema dei minori di seconda generazione e dei rifugiati rappresenta oggi la sfide più grande da affrontare. I rifugiati, in particolare, hanno bisogno della nostra comprensione, il rispetto della loro dignità umana e dei loro diritti, nonché la consapevolezza dei loro doveri”.
Per mons. Nosiglia ùè “doveroso che anche la stampa e i massmedia aiutino a superare pregiudizi e stereotipi che alimentano il rifiuto o l’indifferenza e aiutino a far conoscere con correttezza, oggettività e onestà la loro situazione, la loro sofferenza e il loro legittimo desiderio di costruirsi una nuova esistenza.C’è dunque un discorso anche più ampio da fare, oltre alla conoscenza dei dati, pure necessari e indispensabili per affrontare la situazione in atto: quello del come favorire nella società, famiglie Enti locali e comunità la volontà di mettersi in gioco insieme, per attivare percorsi di inclusione sociale degli immigrati sul territorio. È ovvio che se ci fosse un reale decentramento che andasse oltre Torino, con il coinvolgimento dei  Comuni  del territorio regionale, in modo da favorire l’accoglienza e l’integrazione anche di piccoli gruppi, si farebbe un passo in avanti notevole. Una società accogliente non nasce dell’alto ma dal basso, dalla gente educata a una cultura di accoglienza in vari ambiti del suo impegno sociale (ad esempio verso gli anziani, i disabili, i senza dimora, i rom, ecc.).Far crescere una cultura dell’accoglienza e del ricercare anche per questi fratelli immigrati soluzioni appropriate circa il lavoro, la casa, la sanità, la scuola, l’esercizio della libertà religiosa, significa non solo riaffermare i principi della fede e cultura cristiana aperti a valori di rispetto, incontro, amore verso ogni persona al di là delle sue specifiche differenze ,ma anche educare già i ragazzi e i giovani a comprendere, accettare e stare insieme a compagni immigrati, considerando la cosa come una ricchezza e un dono da usufruire e valorizzare. In questo, grande importanza assume la scuola in tutti i suoi segmenti, dall’infanzia alla formazione professionale, all’università”.
L’arcivescovo torinese ha quindi sottolineato il ruolo degli Oratori che rappresentano “luoghi che svolgono questo servizio e lo compiono con impegno e qualità di proposta, aperti a tutti i ragazzi e giovani del territorio”.