Roma – In Italia l’immigrazione costituisce un rimedio, seppure parziale, al continuo processo di invecchiamento demografico e al basso tasso di fecondità (1,29 per le donne italiane rispetto a 2,13 per quelle straniere). Il bilancio demografico del 2000- 2010 attesta un elevato aumento degli ultra65enni (+1.800.000) pari a quello congiunto della popolazione in età lavorativa (+1.465.000) e dei ragazzi fino a 14 anni (+348.000). In riferimento al numero ridotto delle nuove nascite si constata che, in Italia, la famiglia è sostenuta con l’1,4% del Pil (22 miliardi di euro nel 2007), mentre la media nell’UE è del 2%. Le risorse limitate consentono di accogliere negli asili nido solo 9 bambini su 100 e non 33 come raccomandato a livello europeo.
Il Centro internazionale di studi sulla famiglia ha calcolato che per crescere un figlio servono 741 euro al mese e 160.140 euro nell’intero ciclo formativo, dall’asilo nido all’università, una somma pari al 35,3% della spesa familiare media. La diminuzione dei nuovi nati in Italia è in parte compensata dall’incidenza crescente dei figli degli immigrati (13,9% nel 2010, quota che sale al 18,4% considerando i nati da madre straniera e padre italiano).
Gli stranieri, la cui età media è di 32 anni (contro 44 degli italiani) si caratterizzano per la forte incidenza dei minori (21,7%) e delle persone in età lavorativa (78,8%), mentre gli ultra65enni superano di poco il 2% (sono invece un quinto tra la popolazione italiana). In altri termini, gli stranieri sono appena 1 ogni 100 tra gli anziani, ma oltre un decimo dei minori e dei giovani adulti (18-39 anni). Il volto dell’Italia del prossimo futuro è già visibile nelle regioni dove l’incidenza degli immigrati ha raggiunto il 10% (Emilia Romagna, Umbria, Lombardia, Veneto) o si aggira sul 9% (Trentino Alto Adige, Toscana, Marche e Lazio). A metà secolo, secondo l’Istat, gli stranieri potranno essere 12,4 milioni, con una incidenza del 18% sui residenti.
Per le famiglie italiane, dove le donne lavorano, e per i numerosi residenti in condizioni di non autosufficienza (un sesto delle persone tra i 70 e i 74 anni e quasi la metà degli ultra80enni), è molto utile l’apporto delle badanti e delle collaboratrici familiari (secondo stime sarebbero circa 1,5 milioni) le quali, però, risultano coperte dalla contribuzione previdenziale in meno della metà dei casi. Attualmente 23 milioni di occupati devono produrre la ricchezza per gli altri 37 milioni di residenti, inclusi quelli in età lavorativa ma inattivi, e il sistema pensionistico regge anche grazie agli oltre 7 miliardi annui di contributi pensionistici pagati dagli immigrati. Va considerato che nel futuro aumenterà il bisogno di assistenza, il livello delle pensioni risulterà inadeguato e potrebbe entrare in crisi il sistema del “welfare domestico all’italiana”, tanto più che anche gli immigrati diventeranno a loro volta anziani.


