Torino. La Migrantes e la Caritas del Piemonte hanno inviato una lettera, nei giorni scorsi, ai vescovi della regione e che noi pubblichiamo integralmente
A quasi sei mesi dall’inizio della vicenda di accoglienza diffusa delle persone straniere provenienti dal bacino del Mediterraneo a seguito della crisi libica, i direttori diocesani della Pastorale Migranti e quelli delle Caritas Diocesane, a nome del Vescovo Incaricato mons. Francesco Ravinale, desiderano offrire alcuni elementi di aggiornamento e qualche ipotesti prospettica maturate negli incontri plenari e nei contatti con gli Enti istituzionali preposti sia a livello locale che nazionale.
L’Organizzazione Mondiale della Migrazione (IOM) dice che al 14 settembre u.s. dalla Libia erano uscite 685.744 persone di cui oltre 291.000 si sono recate in Tunisia, 220.000 sono andate in Egitto, circa 80.000 in Nigeria, più di 50.000 in Ciad e 26.000 in Italia. A fine settembre 2011 i dati ufficiali riportano in Piemonte la presenza di oltre 1700 persone e in Valle d’Aosta di circa 160. A questo numero va aggiunta una quota difficile da precisare di migranti arrivati per altri canali nel nostro paese, alcuni dei quali possibili beneficiari di protezione internazionale o di provvedimento di rifugio. Il flusso sino ad ora è stato di circa 50 trasferimenti in Piemonte ogni settimana. Dovremmo quindi presto passare dalle 1700 alle 1900 presenze in Piemonte che è in linea con la percentuale di assegnazione (intorno a 8% del totale) stabilita a suo tempo dal decreto del Ministero dell’Interno. Quanto alla distribuzione territoriale appaiono alcuni squilibri anche di forte intensità: il 77% degli accolti si trova in provincia di Torino (oltre 1300 in numeri assoluti, di cui 600 nella sola città di Torino). Segue la provincia di Alessandria con circa 160 persone, Cuneo con 130, Aosta e Biella con poco più di 50, Asti con 40, e Vercelli con circa 10 persone accolte. Ufficialmente né la provincia di Novara né il VCO stanno ospitando profughi. Quattro sono le strutture ecclesiali ospitanti in diocesi di Torino, due in Aosta, una in diocesi di Biella, una in diocesi di Asti, una ad Alessandria (ma con ospiti che provengono dal percorso “normale” dei richiedenti asilo, lo SPRAR) per un totale di oltre 200 persone accolte e seguite. Ma molte Caritas e Pastorali Migranti stanno collaborando con l’offerta di servizi di vario tipo anche nelle strutture non gestite direttamente da enti collegati alle nostre Chiese (come, ad esempio, a Mondovì e Pinerolo). La restante quota è accolta in strutture di Enti vari ma anche in strutture alberghiere che hanno offerto disponibilità per tempi lunghi. La nazionalità più presente è la nigeriana con oltre 450 persone. Segue il Ghana con 250 persone, il Mali con 160 persone, il Bangladesh e la Costa d’Avorio con circa 160 presenze a testa.
La fotografia della situazione suscita alcune riflessioni che sono state condivise dai direttori dei due ambiti pastorali. Se si guarda con attenzione alla provenienza dei migranti accolti ci si accorge che per molte di esse i tassi di riconoscimento dello status di rifugiato o di protezione internazionale è davvero molto basso. Dunque stiamo andando verso una raffica di dinieghi che stimiamo – e il dato è condiviso anche a livello nazionale – si attesterà intorno al 70%. I cosiddetti diniegati potranno opporre ricorso formale che – seppur gratuito in sè – costa 95,00 euro in tasse, ma l’esito non pare per nulla favorevole. Cosa che di certo allungherà i tempi di permanenza nelle strutture. E se è vero che il Governo Nazionale ha dato assicurazioni che i fondi economici consentiranno anche nel 2012 di continuare ad accogliere i diniegati fino alla decisione definitiva delle rispettive commissioni territoriali di valutazione, resta aperta la questione della gestione della frustrazione dopo un percorso molto lungo a cui tanti dei migranti sono stati obbligati. Infatti una buona parte di essi sono stati costretti ad abbandonare la Libia dove lavoravano: non avevano intenzione di emigrare in Italia e men che meno di richiedere protezione internazionale. Ma il sistema messo in atto dal nostro Paese in questi mesi, di fatto, li ha obbligati a tale scelta. Tempi lunghi – da sei a undici mesi di attesa per il primo colloquio – significa anche imbarazzo per le strutture messe a disposizione, alle quali si era chiesta una disponibilità solo di alcuni mesi. Ecco uno dei motivi per cui alcune disponibilità raccolte in ambito ecclesiale sono di fatto sfumate, perché potevano farsi carico di qualche ospite in più ma solo per qualche settimana, visto che si tratta di luoghi di normale accoglienza per i tanti poveri dei nostri territori. La prospettiva è dunque poco rassicurante ed anche un po’ esposta a tensioni future. È pur vero che alcune settimane orsono il Governo Nazionale ha redatto un piano per un programma di rimpatrio assistito sia rispetto ai diniegati che ai nuovi giunti e a coloro che sono alle prese con il cammino della richiesta asilo (DDL n. 3958 del 10.08.2011). Ma sembra essere insufficiente: si rivolge ad un massimo nazionale di seicento persone e si concretizza in appena 200,00 euro pro capite (in passato azioni del genere prevedevano accordi con i paesi di origine per un buon reinserimento e somme più adeguate).
Una seconda riflessione attiene alla inadeguatezza strutturale di alcune forme di accoglienza sia per le dimensioni delle strutture che per la posizionatura geografica: forte altitudine (come a Pra Catinat nel pinerolese o a Montenevoso vicino a Mondovì), grande dispersione (come i centri valdostani), eccessiva massificazione delle presenze (come a Settimo Torinese). Ma vi è anche una estrema fragilità dei gestori privi di competenze specifiche, come gli albergatori ma anche Associazioni e Cooperative senza esperienze pregresse collegate al mondo migratorio o dei richiedenti asilo. Cosa che significa mancanza di accompagnamento e semplice parcheggio delle persone. Questo fatto è stato agevolato – a nostro giudizio e a quello del Coordinamento Non Solo Asilo che, come ricorderanno, è stato investito della responsabilità materiale della gestione dell’emergenza a nome delle nostre Chiese – da una logica di accordi privati che sono intercorsi tra Protezione Civile e singoli Enti proprietari di immobili e desiderosi di metterli a disposizione. Cosa che ha creato non poche tensioni in diversi territori le cui Istituzioni (a tutti i livelli) si sono sentite bypassate e non hanno assunto responsabilità, scaricando tutto sulle spalle dei gestori e di coloro che hanno messo a disposizione le strutture, come dimostra l’esempio biellese che ha richiesto un’opera faticosa di “rincorsa” del territorio.. Logica dalla quale pensiamo di debba uscire al più presto. Riteniamo che questa sia una condizione indispensabile e previa per qualsiasi successiva azione di ricerca spazi disponibili da parte delle Chiese della regione. Altrimenti i profughi saranno un “nostro” problema e le tensioni del territorio parimenti. Pensiamo, ad esempio, alle province ancora senza accoglienze (Novara e VCO) le cui Chiese potrebbero attivarsi ma solo a fronte di questo significativo cambiamento di prospettiva. Cosa che andrebbe a coprire la necessità di una equilibratura delle presenze sul territorio, fuori dalla provincia di Torino.
La terza riflessione attiene alla necessità di garantire livelli di accoglienza ed integrazione che siano paritetici in tutte le esperienze delle nostre due regioni, che vadano nella linea della continuità con i criteri e le modalità, ormai assodate, del progetto nazionale per i rifugiati detto SPRAR. Sono, ad esempio, diversi gli emolumenti economici per la gestione, le richieste strutturali dovute dagli Enti gestori, e anche l’attenzione pubblica.
Il Coordinamento Non Solo Asilo, con l’appoggio dei nostri livelli diocesani, sta pensando – in sinergia con la Regione Piemonte – un percorso formativo immediato per gli operatori di accoglienza in modo da supplire alle principali carenze che stanno emergendo. Le accoglienze di natura ecclesiale continuano il loro servizio con risultati nel complesso molto positivi, anche se in buona parte dei casi si sente il peso del tempo che si protrae. In ogni accoglienza si fa scuola, si accompagna ai servizi e alle varie agenzie, si gestisce la vita comune, in vari casi si fa formazione al lavoro e si incomincia a pensare all’inserimento definitivo per coloro che riceveranno lo status di rifugiato (che, come detto, riteniamo non sarà concesso se non al solo 30% del totale). Laddove possibile sarà opportuno approntare qualche azione di animazione per aiutare le nostre comunità cristiane a comprendere i risvolti profondi di questa crisi internazionale per interpretarla agli occhi della fede e della carità genuina. Potrà essere utile, per un approfondimento specifico sui temi, un sito internet dal titolo Vie di Fuga g, che verrà presentato e sarà attivo in rete dal 27 ottobre prossimo (data della presentazione nazionale del Dossier Immigrazione 2011).
Alle Loro Eccellenze suggeriamo un sostegno alla prospettiva generale che abbiamo tratteggiato, magari anche con la sollecitazione nei territori di Loro competenza a che si attuino programmi di futuro e non solo di ripiego. Non sarebbe male, poi, prevedere un rilancio dell’appello alla solidarietà ma in maniera mirata, volta appunto a quel numero non molto alto di persone che otterranno il titolo di asilo. Per queste servono piccole risorse abitative (per nuclei familiari o per single), con disponibilità di circa due anni, e opportunità di inserimento lavorativo. Meglio se sul territorio nel quale già sono stati inseriti e con il quale, spesso, si sono create belle integrazioni
Ognuna delle Caritas Diocesane e degli uffici di Pastorale Migranti sono in possesso di dati e documentazione più analitica, che possono essere da Loro consultati. Altro materiale è reperibile in modo organizzato sul sito www.nonsoloasilo.it gestito appunto dal Coordinamento Non solo asilo sopracitato. In ogni caso restiamo personalmente a piena disposizione per ulteriori chiarimenti e, se del caso, per un approfondimento più puntuale in uno dei momenti di incontro della Conferenza Episcopale regionale. Provvediamo a trasferire le riflessioni più generali e i dati alla stampa ecclesiale locale per consegnare alle nostre comunità elementi di discernimento e occasioni di preghiera e di carità.
Chiedendo la Loro benedizione
Don Fredo Olivero Pierluigi Dovis
Direttore Pastorale dei Migranti – Migrantes Delegato Regionale Caritas


