Il magistero della strada

Osimo – Cristina Simonelli, teologa e patrologa presso lo Studio teologico di Verona e la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, nel suo intervento alla Tavola rotonda sul tema “Eucarestia, fonte dell’accoglienza”, promossa ad Osimo in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale, ha diviso in tre momenti e tre punti di domanda la sua riflessione.

 La teologa ha iniziato ricordando il caso emblematico della situazione di rom e sinti: «per motivi di ordine storico, culturale e politico sembrano rappresentare l’Altro, l’estraneo per eccellenza e dunque lo spauracchio da agitare per attirare consensi facili e superficiali, dunque con “poca spesa”». Un vivere sociale autentico diviene città, ricorda la teologa, offrendo «un’immagine di essere insieme “non giustapposti” che, anche nella Scrittura, assume tratti non univoci, potendo essere utilizzata come “città amata” ma anche come babilonia (cfr Is 26)».
Un’esclusione in genere intacca la qualità della nostra convivenza e nello stesso tempo mostra in fondo anche l’impoverimento dello stesso tessuto sociale, contaminando ogni forma di aggregazione, di località, di comunità.
Per una comunità “eucaristica” ogni assenza è una ferita: prenderne coscienza dovrebbe spingere ad una domanda di perdono, accorgendosi della propria «inadeguatezza rispetto all’eccedenza del Dono.» C’è però da cogliere, continua la Simonelli, quell’«opportunità di passare dal sospetto o dall’aperta avversione all’integrazione di altri punti di vista, fino al tentativo di dare corpo a pratiche diversamente inclusive: come l’Eucarestia mai nella storia si è potuta celebrare senza la concretezza del pane e del vino, frutti della terra, delle mani, del lavoro, così domanda di perdono e riparazione chiedono mani operose e politiche rispettose, “la mistica del sacramento ha un carattere sociale” (Deus caritas est 14; Un cammino che continua, 21)».
Ha poi concluso la prima parte della sua riflessione, suggerendo che se «la celebrazione dell’Eucaristia giudica evangelicamente le nostre realizzazioni concrete, ma vale il reciproco: una prassi non escludente, la possibilità di dividere spazi e tempi e parole anche con sinti e rom, giudica le nostre celebrazioni e ce ne consente una migliore qualità». Chi è in cammino dietro a Dio, anche rom e sinti, possono arrivare a delineare un «peculiare magistero della strada». Porgere l’orecchio è quindi doveroso e «può aiutare a pensare, comunque, che le nostre realizzazioni non sono tutto, che ci sono altri modi di vivere, il che aiuta tutti a disporsi in modo meno rigido e arrogante», ricordando le parole dello scrittore Leonardo Piasere nel suo A scuola. Tra antropologia e educazione (Seid, Firenze 2010).
La seconda parte della riflessione si è aperta con il rimando “ad Altro”, una costante delle comunità eucaristiche: Cristo convoca una comunità, che nelle sue diversità vive la comunione, interagendo «fra diversità che si ricevono e accolgono, donate a se stesse e le une alle altre». Non c’è miglior scuola, basta saperne approfittare, «per uscire dalla logica dei numeri e del profitto, per porsi nella condizione di accettare “che altro sia”».
È «culturale il campo nel quale si decide dell’adeguatezza o meno delle forme sociali rispetto all’eccedenza di ogni vita umana e della sua intrinseca dignità» (Un cammino che continua… dopo Reggio Calabria 46a settimana sociale dei cattolici italiani, 5) e, ha ricordato la Simonelli, «questo ambito culturale e antropologico rappresenta la sfida, anche eucaristica, che abbiamo davanti.»
Il terzo passo dell’intervento alla Tavola rotonda di Osimo ha preso spunto da una affermazione di S. Ambrogio che, avendo occupato una basilica “pretesa” da altri appoggiati dall’Impero, afferma che «i goti hanno la loro chiesa sul carro» (ep 76). Come già detto, però, «si dovrebbe accogliere l’insegnamento concreto e spirituale che proviene da una chiesa del carro o anche semplicemente dal carro, dalla strada».
Si da una reciprocità, approfondisce la Simonelli, che fa parte della logica eucaristica: una dinamica fatta di «un dono gratuito e asimmetrico del Signore» che domanda che si fa prassi concreta nella celebrazione stessa, permettendo un coinvolgimento migliore.
L’ultimo affondo della teologa lascia, però, il segno, esprimendo proprio questa reciprocità, asimmetrica e “reale”, attraverso un fatto di cronaca accaduto a Verona pochi mesi fa: un uomo sui trentacinque anni muore per strada di fronte all’Arena: una vita complicata, vissuta in carrozzina. Si scopre il nome e la nazionalità, ma nessuno lo cerca. Al funerale solo un prete accompagna il feretro, però «una donna anziana chiede chi sia quel morto senza corteo. “E’ un giovane straniero, si chiama Daniel”, sussurra il prete. La donna si mette al suo fianco e dice, nella lingua dei poveri: “Vengo io con voi: io sono la madre…”» (Combonifem).