Al 22° Jamboree mondiale gli scout sperimentano la realtà dei rifugiati

Rinkaby – Dei circa 40 mila giovani di tutto il mondo che hanno preso parte al 22° World Scout Jamboree (Wsj) conclusosi l’altro ieri a Rinkaby, nel Sud della Svezia, un migliaio ha avuto modo di sperimentare la vita di un rifugiato partecipando a “Passages” (Passaggi), un esercizio di realtà virtuale sviluppato dall’Unhcr, l’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite. L’edizione 2011 del raduno mondiale, che con cadenza quadriennale ha seguito quella del centenario svoltasi nel 2007 nel Regno unito, ha avuto come slogan: “Simply Scouting” (Semplicemente scout). L’evento è stato reso possibile grazie al supporto di migliaia di volontari internazionali adulti e ad uno speciale fondo di solidarietà che ha assicurato la partecipazione di rappresentanti di un gran numero di Paesi per farne, secondo le intenzioni dei promotori, “un vero e proprio esercizio di peace building su larga scala”. Pace, diritti umani e rifugiati i principali temi al centro dell’appuntamento.  
 “E’ stata un’esperienza di riflessione e formazione che ha fatto capire ai ragazzi il trauma subito da milioni di sfollati in tutto il mondo, provenienti, in alcuni casi, dai loro stessi Paesi”, commenta una nota dell’Unhcr. “A volte – afferma Nick Than, arrivato dalla Malesia -, mi sono sentito così spaventato che ho dovuto ricordare a me stesso che questo era solo un gioco”.
Divisi in gruppi di 50 e raggruppati in “famiglie” e secondo ruoli prestabiliti, i partecipanti hanno preso parte ad ogni fase di “Passages”. Bill, capo scout canadese di mezza età, ha ricoperto il ruolo di un bambino di due anni. “Avevo sempre pensato ai profughi come a persone adulte – ammette – ma ora ho avuto modo di capire ciò che un simile destino colpisce anche i più piccoli.”
I partecipanti di “Passages” hanno iniziato il gioco sperimentando che cosa significhi per un civile essere catturato in un attacco militare contro la propria città o il proprio Paese. Bendati, i giovani scout hanno dovuto cercare e trovare i loro familiari tra pianti, urla, crepitio di spari ed esplosioni. “Poi, fuggendo in una foresta – prosegue la nota di Unhcr -, hanno tentato di nascondersi dai loro assalitori. Nella fuga per la salvezza, le ‘famiglie’ sono state derubate dei loro beni, hanno udito i rumori di uno stupro simulato e oltrepassato il corpo di una vittima virtuale, coperto di sangue”. Prima di raggiungere la sicurezza di un campo profughi Onu, hanno dovuto attraversare un confine nazionale e cercare di comunicare con guardie di frontiera armate (interpretate da operatori Unhcr e capi scout) che non parlavano la loro lingua. L’attrezzatura fornita dall’esercito svedese, comprese armi e uniformi, ha contribuito a rendere il tutto più realistico. Per Azra, ex rifugiato che ora vive in Slovenia, questo è stato molto più che un gioco. “Ho partecipato a ‘Passages’ con i miei migliori amici e ora posso finalmente condividere con loro ciò che ho dovuto subire. Ora mi capiranno meglio”.
 L’agenzia Onu ha una lunga storia di collaborazione con il Wosm (Movimento scout mondiale) con il quale ha sottoscritto il 3 agosto 1995, durante il 18° Wsj, un Memorandum d’intesa finalizzato a sensibilizzare i giovani al problema dei rifugiati e incoraggiarne l’impegno, sempre in accordo con lo stesso Unhcr, al di fuori e all’interno dei campi. Al Jamboree mondiale appena conclusosi, riferisce ancora la nota dell’organizzazione, “i ragazzi sono stati ore in coda per partecipare a ‘Passages’, ed ora racconteranno ad amici e famiglie ciò che hanno imparato”. L’Unhcr ha anche gestito uno stand informativo presso il quale i visitatori hanno potuto entrare in una tenda per rifugiati, assaggiare cibo ad alto valore nutritivo e partecipare a un questionario. Diversi movimenti nazionali scout, informa l’agenzia, “hanno detto di voler introdurre questo gioco di ruolo nei propri Paesi, mentre alcuni adulti hanno chiesto di poterlo inserire nelle riunioni aziendali e negli esercizi di team building”. 
Lo scorso 28 luglio, alla vigilia dell’apertura del Jamboree (30 luglio), è stato celebrato il 60° anniversario della Convenzione delle Nazioni unite sullo status dei rifugiati. Per l’occasione l’Alto commissario Onu António Guterres ha sottolineato che “le cause dei movimenti forzati di popolazione si stanno moltiplicando” e “le persone sono costrette alla fuga non solo da guerre e persecuzioni, ma dall’estrema povertà e dall’impatto dei cambiamenti climatici”, mentre “sono i Paesi in via di sviluppo ad ospitare la stragrande maggioranza dei rifugiati”. La Danimarca è stata il primo Paese a ratificare la Convenzione. Oggi sono 148 gli Stati parte della Convenzione e/o del Protocollo del 1967 che ne ha rimosso le restrizioni geografiche e temporali. “Anche un solo rifugiato senza speranza è troppo”, afferma intanto l’Unhcr rilanciando la campagna “do 1 thing” (http://www.unhcr.org/do1thing) per “umanizzare un problema troppo spesso ridotto a numeri”.