Lingua, ruolo della comunità e cambiamenti nell’immigrazione: intervista al professor Loriggio della Carleton University
Toronto – L’emigrazione italiana è tornata a crescere. Lo dice il rapporto Migrantes 2011. Ma perché è tornata a crescere? E quali caratteristiche ha adesso? «Sembra in effetti che gli italiani abbiano ricominciato ad emigrare – spiega Francesco Loriggio, professore di italiano e letterature comparate al College of the Humanities e all’Institute for Comparative Studies in Literature, Art and Culture della Carleton University – Ma l’emigrazione recente va distinta da quella dei primi decenni del ventesimo secolo e da quella del secondo dopoguerra per vari aspetti».
Quali sono questi aspetti?
«Prima di tutto è quantitativamente meno rilevante: non ho i dati precisi ma siamo ancora lontanissimi dalle centinaia di migliaia di emigranti per anno di quei due periodi. Secondo, ad emigrare sono oggi, nella maggioranza dei casi, individui altamente qualificati: studenti universitari, professionisti, ricercatori, operai specializzati. Ecco l’emigrazione di oggi rientra anche nel cosiddetto “brain drain” a cui sono soggetti alcuni Paesi, Italia compresa. Viceversa l’emigrazione “classica”, del ventesimo secolo, è stata un’emigrazione per lo più a bassa scolarità, un’emigrazione di lavoratori manuali, contadini oppure operai generalizzati. Con il sistema a punti che da qualche tempo ormai determina l’idoneità di chi richiede il permesso di immigrare, molte di quelle persone non ce la farebbero ad entrare in Canada: tra l’altro dovrebbero parlare decentemente o l’inglese o il francese. Oggi siamo in una fase più vicina al periodo che precede l’emigrazione di massa del tardo Ottocento e del Novecento. In secoli come il Seicento o il Settecento l’“Italia fuori d’Italia” era composta da musicisti, letterati, architetti, artisti, militari, navigatori, insegnanti d’italiano».
«Infine bisognerebbe tener conto delle condizioni storiche. Oggi all’interno dei Paesi che fanno parte dell’Unione Europea i lavoratori possono circolare liberamente. Non era così fino a circa vent’anni fa. Anche con i Paesi fuori dell’Unione Europea molto è cambiato. Con l’abbassamento del costo dei voli aerei si può viaggiare più frequentemente. E questo incide sulla forma mentis del migrante. Nell’Ottocento chi non era soddisfatto dell’esperienza migratoria ritornava subito; se decideva di restare, poi ritornava forse una o due volte durante la sua vita. Oggi si può più facilmente risiedere all’estero e mantenere casa in Italia, per passarvi le vacanze o vedere i parenti quando occorre. Per non dire dell’impatto di Internet: dal Canada si possono leggere i giornali italiani via computer prima che in Italia giungano in edicola, o comunicare via Skype con amici quando si vuole, o ricevere libri, dischi, dvd di film italiani in due o tre giorni, o partecipare a sondaggi di opinione su vicende italiane. Per certi versi, almeno, il rapporto con l’Italia e la sua cultura, anche, è cambiato».
Quali sono i numeri di questo fenomeno?
«Ripeto, non ho i numeri precisi a portata di mano, ma nel 1913 e nel 1961, gli anni della prima metà e della seconda metà del Novecento, in cui l’esodo raggiunse le punte più alte, partirono dall’Italia, rispettivamente, 900mila e 400mila persone».
Perché la comunità italiana è cresciuta così tanto e ha sviluppato un rapporto così profondo con il Canada?
«I dati di Statistics Canada indicano che, nel censimento canadese del 2006, 1.445. 330 persone si sono dichiarate di origine italiana. Queste cifre ponevano la comunità italiana al quarto posto in Canada quanto a popolazione: dopo il gruppo “british” e quelli di origine francese e tedesca, e appena prima di cinesi e ucraini. Quali saranno i dati del censimento in corso? È probabile che per popolazione il gruppo al quarto posto adesso sia quello dei cinesi, che cresce più rapidamente. Credo che un’analisi comparata dei censimenti degli ultimi trent’anni mostrerebbe che, demograficamente parlando, non ci sia stata grandissima crescita per gli italiani in Canada dopo il 1976, anno in cui l’emigrazione italiana si estingue a tutti gli effetti. Per quanto riguarda il rapporto con il Canada occorrerebbe precisare. Gli italiani indubbiamente si sono integrati bene. Gli emigranti che hanno deciso di restare hanno subito cercato di radicarsi nel loro nuovo Paese: un dato che si sottovaluta è che quello italiano è uno dei gruppi i cui membri sono più spesso proprietari delle case in cui abitano. Da ciò si può dedurre che gli italiani fanno progetti a lunga scadenza, che hanno fiducia nel Paese in cui si trovano. Un ruolo importante nel consolidare questa fiducia l’ha poi avuto la svolta multiculturalista. Inoltre ci sarebbe il risalto che via via ha avuto la questione della “visibilità”. Nel corso degli anni gruppi etnici come gli italiani, le persone di origine mediterranea in generale (greci, spagnoli, turchi, libanesi, eccetera) che prima venivano considerati in qualche maniera di colore, si sono trovati, d’un tratto, fra i “bianchi”. Il che ha influito sul tipo di accoglienza che hanno ricevuto e ha facilitato la loro integrazione. Lo stesso avviene su un altro versante. A un certo punto si è incominciato a distinguere le persone in base a criteri, per così dire, continentali. Con la nascita dell’Unione Europea si parla ormai anche di “europei” e “non-europei”. E le distanze fra italiani e i gruppi dominanti si sono attenuate. Detto questo, al grado di integrazione non corrisponde un uguale grado di partecipazione alla vita pubblica canadese. Lì per gli italiani i margini di miglioramento sono abbastanza considerevoli».
La crescita della comunità italocanadese e il suo ruolo nella società hanno creato un rapporto profondo con l’Italia. Perché?
«Per l’Italia, è chiaro, gli emigranti costituiscono un bacino commerciale fondamentale: quasi un terzo delle esportazioni del settore alimentari sono dirette verso zone ad alta emigrazione italiana. Storicamente poi l’emigrazione è stata per l’Italia il surrogato per quello che in altri Paesi è stato il colonialismo: la presenza italiana nel mondo si è manifestata principalmente tramite l’emigrazione. Ci sarebbe da riflettere sul fatto che il rapporto tra Italia e l’italianità canadese sia unidirezionale, dall’Italia verso il Canada. Perché il rapporto non dovrebbe essere anche di tipo dialogico, biunivoco, con gli italo-canadesi che possano in qualche modo, nel loro piccolo, incidere sulla realtà italiana? L’informazione oggi procede dall’Italia verso gli emigranti e le loro comunità: non potrebbe essere utile avere meccanismi che permettano la circolazione di informazioni di ritorno? Credo, per esempio, che le testimonianze degli italo-canadesi sulla vita in una società multietnica e multiculturale potrebbero aiutare gli italiani d’Italia a meglio affrontare il fenomeno dell’immigrazione. Altrettanto si potrebbe dire di cose come la legge elettorale vigente adesso in Italia, il comportamento di politici e burocrati: su tutto questo una visione dall’esterno, da parte di italiani, potrebbe essere utile, e probabilmente cementerebbe ancora di più il legame tra l’Italia e gli emigranti».
Si possono dare dei connotati regionalisti relativi all’emigrazione in Canada o in determinate zone del Canada?
«Innanzitutto l’emigrazione italiana ha come suo baricentro le zone rurali, i piccoli paesi, piuttosto che le zone metropolitane. Ma i connotati regionali sono molto forti. E anche sorprendenti. A volte l’esodo è altrettanto massiccio dalle regioni che oggi non sono più associate con l’emigrazione. Nel periodo tra il 1876 e il 1900 dalla Lombardia e dal Piemonte sono partite, rispettivamente, intorno a 1.550.000 e 1.340.000 persone. Dal Veneto, intorno a 1.800.000, dalla Venezia Giulia, intorno a 1.400.000. Complessivamente molto più di regioni come la Campania, la Sicilia e la Calabria. Naturalmente tutto questo cambia nel periodo 1900-1915 e nel 1916-1942, ma è soprattutto nel periodo 1946-1976 che le regioni meridionali prendono un chiaro sopravvento. Per il carattere dell’emigrazione, per cui si va, molto spesso, dove ci sono già parenti, si formano anche sacche regionali. È noto che a Montréal, per esempio, esiste una solida comunità molisana. Ma la classificazione la si potrebbe restringere ancora di più: le comunità che si formano sono, più che regionali, paesane. A San Nicola da Crissa, un villaggio nella provincia di Vibo Valentia, vivono oggi circa 1500 abitanti. A Toronto di sannicolesi ce ne sono quasi 5000».
Quali sono le differenze tra le varie ondate di emigrazione italiana in Canada?
«Le differenze hanno a che fare da una parte con la componente regionale e dall’altra con il tasso di scolarità. Nel secondo dopoguerra dal Veneto, per esempio, emigrano circa 850mila persone; dal Piemonte circa 140mila. Nello stesso periodo partono dalla Campania intorno a 930mila persone, dalla Sicilia circa 780mila e dalla Calabria intorno a 750mila. I numeri cambiano nel periodo 1876-1900 o 1900-1942. Il Nordovest italiano prima del secondo dopoguerra ha un tasso di emigrazione più alto. Da un periodo all’altro varia anche la scolarità, che è più alta nel secondo dopoguerra e più alta ancora negli ultimi decenni».
Chi sono coloro che oggi studiano italiano in Canada?
«Dati precisi a questo riguardo non se ne hanno. Bisognerebbe censire i vari tipi di scuole. In Canada la lingua italiana è insegnata dalla Società Dante Alighieri, dagli Istituti di Cultura, da alcune scuole canadesi, da scuole private specializzate, come la Berlitz, e dalle università. E viene insegnata a vari livelli. Per esperienza personale posso dire che alle università si insegna soprattutto lingua, poca cultura e meno letteratura. Insomma, le nozioni di base, quanto basta per afferrare qualche frase di un discorso orale, per leggere testi non complicati e per dire qualche parola in contesti che non richiedono un vocabolario sofisticato. Negli ultimi due decenni direi che sono aumentati gli studenti di origine non italiana o mista (con un genitore di origine italiana) e diminuiti gli studenti di origine italiana. A mio avviso questi ultimi costituiscono ancora la maggioranza degli studenti, almeno a livello universitario. Le motivazioni degli studenti di origine non-italiana sono sovente piuttosto banali: si tratta per lo più di persone che faranno del turismo in Italia o che pensano di fare degli studi in campi in cui l’italiano può essere utile. Ma sarebbe necessario avere dati su tutte le scuole (pubbliche e private), a tutti i livelli per poter dire, altrimenti si rimane nell’ambito delle impressioni».
Perché tanto interesse per la nostra lingua anche da parte di chi non ha un background italiano?
«Il rischio in discussioni di questo genere è di assumere toni trionfalistici. Un certo interesse per l’italiano esiste, indubbiamente. Ma non bisogna perdere il senso delle proporzioni. Le statistiche della Modern Language Association sugli Stati Uniti e per il periodo 1968-2002, le sole statistiche a mia disposizione attualmente, indicano che nelle università di quel Paese le iscrizioni nei corsi d’italiano costituiscono il 4,6 percento del totale, mentre le iscrizioni di spagnolo raggiungono il 53,4 del totale. Nel solo 2002 ai corsi d’italiano risultavano 63.899 iscritti; in quelli di spagnolo 746.267. I dati delle università canadesi saranno diversi, ma molto probabilmente le percentuali non si distaccheranno da quelli statunitensi. Oltre che dal numero dei parlati già esistenti, l’interesse per una lingua dipende, forse in maniera decisiva, dal peso politico e commerciale del Paese a cui la lingua rimanda. Il Portogallo ha avuto una cultura meno ricca di quella italiana, ma il portoghese nel mondo si parla di più dell’italiano per ragioni storiche e si parlerà forse sempre di più nel futuro perché esiste il Brasile e il Brasile è una delle potenze emergenti dell’economia mondiale. Lo stesso destino sembra profilarsi per il cinese e per altre lingue finora ai margini».
Che ruolo ha la cultura italiana nella società canadese?
«La cultura italiana avrà sempre un suo ruolo nella società canadese, sia che con il termine “cultura” si intenda cultura colta, sia che lo si voglia invece intendere nel senso più ampio, antropologico, di usanze, atteggiamenti, tradizioni, modo di vivere. Dopotutto la società canadese è ancora maggioritariamente di matrice europea, e la cultura italiana è una di quelle che ha più profondamente plasmato l’Europa in quanto entità riconoscibile. Ma nella sua accezione colta il ruolo a cui può aspirare la cultura italiana in Canada, non può che essere di nicchia. Diverso il discorso quando con il termine “cultura” si vuole alludere a pratiche, o valori, o comportamenti. Qui l’esempio probante è la popolarità della cucina italiana, o dell’ambito alimentare in generale. Ma si potrebbe aggiungere la moda, un certo tipo di design, e così via. Su quel piano, anche grazie all’emigrazione, all’effetto di contagio che può produrre il contatto dal vivo, si può dire che la cultura italiana nel Canada ha influito a modificare le abitudini dei canadesi e quindi che abbia avuto un ruolo importante». (Corriere Canadese)


