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Martedì 12 Settembre 2017 12:55

Acli: "i laureati che vivono all'estero sono più soddisfatti di quelli che restano in Italia"   versione testuale
Roma - “I fattori che diversificano la collocazione lavorativa degli intervistati sono il titolo di studio terziario e la mobilità territoriale. La condizione professionale ci mostra che l’influenza del titolo di studio è positiva sia per i laureati che vivono in Italia sia per quelli che vivono all’estero”. Lo si legge nella ricerca delle Acli, “‘Il ri(s)catto del presente’. Giovani italiani, expat e seconde generazioni di fronte al lavoro e al cambiamento delle prospettive generazionali”, di cui è stata presentata stamattina a Roma un’anteprima. “Sul totale del campione gli occupati sono il 69%. Un quinto dei ragazzi è impegnato in una professione a elevata specializzazione; una porzione simile del campione invece svolge una professione tecnica. Con proporzioni numeriche simili (attorno al 25%) ci sono poi i giovani che svolgono professioni esecutive nel lavoro d’ufficio (gli impiegati per intenderci) e i ragazzi occupati nel commercio e nei servizi (commessi, camerieri, cuochi, cassieri, ecc). Gli operai sono l’8%”. La maggioranza dei laureati si colloca tra le professioni più specializzate, mentre la quota più alta dei meno istruiti scivola verso le professioni meno qualificate. Tra i laureati, “il 62,9% di quelli che lavorano all’estero sono nelle posizioni più qualificate, contro il 33,3% di quelli che lavorano in Italia e vivono da soli, in posizione un po’ meno comoda si trovano i laureati che vivono in famiglia al 27,1%. Se si mettono a fuoco le professioni tecniche, troviamo dove finisce l’altra quota importante di laureati italiani 28,6% tra quelli che vivono da soli e 23,4% tra i laureati in famiglia”. Una delle componenti più rilevanti della soddisfazione è la retribuzione: “È soddisfatto della retribuzione percepita il 69% dei giovani contattati. La percentuale varia in modo significativo per il combinato di professione e luogo dove viene svolta (Italia o estero). I lavoratori high skilled occupati in Italia dichiarano di guadagnare troppo poco nel 77,2% dei casi, quelli attivi in un paese estero solo nel 43,1% dei casi”. Inoltre, “afferma di fare il lavoro ideale il 38% degli expat a fronte del 28,2% degli italiani e del 22% delle seconde generazioni. È moderatamente soddisfatto, ossia il lavoro non dispiace, il 42,7% degli expat e il 42,8% dei giovani italiani. Le G2 si caratterizzano invece per una quota molto alta di intervistati che affermano di essersi dovuti accontentare, 47,5% laddove tra gli italiani all’estero il dato è più basso di oltre 25 punti”. C’è una differenza tra chi vive in Italia e all’estero anche rispetto alla carriera: “Fuori dall’Italia, sia i laureati (55,7%) sia i non laureati (44,6%) definiscono la loro carriera come una continua progressione”, mentre “i laureati che vivono in Italia si distinguono perché si sentono di stare sulle ‘montagne russe’. Sono poi i non laureati che lavorano in Italia a evidenziare una difficoltà di avere una prospettiva”.  
 
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