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Martedì 13 Marzo 2018 16:10

Matera: immagini e storie di immigrati   versione testuale
Matera - “Io sono” è il tema della mostra fotografica di Luisa Menazzi Moretti, esposta fino al 5 aprile a Matera nella Sala Levi del Palazzo Lanfranchi di Matera. È una collezione di venti ritratti di immigrati, venti drammatiche storie di rifugiati o richiedenti asilo accolti recentemente in Basilicata. La mostra, organizzata da Città della Pace per i Bambini, Cooperativa Il Sicomoro, Arci Basilicata, in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata, è stata inaugurata alla presenza degli organizzatori, dell’arcivescovo mons. Caiazzo  e dell’autrice. Nei prossimi mesi, sarà ospitata anche a Potenza, Lecce e Napoli.
Le immagini, tutte di forte impatto visivo, hanno una forza disarmante. Nel nostro paese cominciano a registrarsi preoccupanti casi di intolleranza nei confronti della popolazione immigrata. Si tratta di reazioni, talvolta violente, di fronte a un fenomeno di cui si percepiscono soltanto gli aspetti sociologici: gli immigrati sarebbero troppo numerosi, troppo diversi e rappresenterebbero un peso gravoso per poter realizzare una vera integrazione. Questa mostra dimostra, invece, come possa cambiare la percezione di questo fenomeno se ci poniamo di fronte alle storie concrete di questi uomini, rispetto alle quali nessuno riesce a rimanere indifferente; ci fa vedere come anche il cuore più indurito può aprirsi alla commozione.
“Volevano lapidarmi” dice Muhamed, scappato dal Mali; Adama invece dice di essere fuggita dal Senegal perché, ancora bambina, era obbligata a sposare un vecchio; nel Gambia di Paul, “non c’era pace, solo tempesta”; “Hanno bruciato la mia Bibbia, pregavo per non morire” spiega Ariam che proviene dall’Eritrea. Inoltre, tanti sono dovuti fuggire per mettere in salvo le loro famiglie. “Ho salvato da Boko Haram il mio bambino” dice la nigeriana Joy; “La vita per i miei figli è stata dura, troppo dura” racconta il siriano Mohammad Nour.
Luisa Menazzi Moretti ha attribuito a ciascuno di loro l’espressione “Io sono”, la stessa che pronunciò Dio, quando volle rivelarsi a Mosè, giunto sul monte Sinai nel suo lungo pellegrinare. Questi migranti, con il loro “Io sono”, ci ricordano in fondo che Dio vuole ancora rivelarsi agli uomini, che vuole ancora provare a cambiare il loro cuore. Alla mostra è stata assegnata la medaglia di bronzo al concorso Photographer of the Year per l’One Eyeland Awards. (Logos)
 
 
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