Mercoledì 26 Luglio 2017
Migrantes online
Fondazione Migrantes
 Migrantes online - Archivio articoli - 2017 - Aprile 2017 - 20 aprile - P. Zerai: "flussi migratori non si fermano con muri e chiusure ma risanando Paesi da cui fuggono" 
Giovedì 20 Aprile 2017 16:35

P. Zerai: "flussi migratori non si fermano con muri e chiusure ma risanando Paesi da cui fuggono"   versione testuale
Roma -  “I flussi non si fermeranno per cui la risposta non è repressione, muri, chiusure e fili spinati. Quello che l’Europa non vuole capire è che bisogna andare alla radice del problema: laddove ci sono conflitti, ingiustizie, violazioni di diritti è necessario risanare”. A parlare, in una intervista al Sir, è padre Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia. Padre Zerai è anche tra i promotori di “Alarm phone”, una sorta di centralino telefonico, con sede in Germania, che lo aiuta a gestire tutte le telefonate che arrivano dalle imbarcazioni sul Mediterraneo, grazie ad una trentina di volontari che parlano le diverse lingue dei migranti. I volontari, sparsi in diversi Paesi europei, smistano le richieste di aiuto alle guardie costiere italiane e maltese, raccolgono informazioni e fanno lavoro di advocacy, sensibilizzazione e denuncia. L’ultimo dossier documenta il “blocco dei migranti” voluto dall’Europa in alcuni Paesi africani, che causa serie violazioni ai diritti umani. “La polizia continua a fare retate in questi Paesi o sulle principali rotte di passaggio dei migranti, che poi finiscono nei centri di detenzione in Algeria e Sudan – spiega padre Zerai -. In Sudan le retate vengono eseguite dai cosiddetti ‘diavoli a cavallo’, i Janjaweed, pagati per arrestare i migranti. Li prendono e se pagano li lasciano andare, altrimenti li consegnano ai poliziotti sudanesi che li portano nei centri di detenzione. Ma anche i poliziotti chiedono soldi ai migranti per lasciarli andare, altrimenti li portano davanti ad un tribunale che li condanna al rimpatrio forzato verso i Paesi di origine”. “Invece di spendere milioni e miliardi in meccanismi di difesa – rimarca il sacerdote eritreo – spendiamoli per creare contesti di vita dignitosa, sicurezza nei Paesi di origine o nei Paesi vicini che già accolgono centinaia di migliaia di rifugiati”.
 
stampasegnala