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Mercoledì 4 Luglio 2018 10:30

Il cuore dei migranti nell’opera di Orna Ben-Ami    versione testuale
Ferrara - Popoli in cammino, che lasciano la propria terra con la morte nel cuore. Madri e padri che tengono una pena a guinzaglio, come fosse un cane, e dall’altra stringono forte un figlio, un bambino che piange perché ha paura di andare in quella nuova terra sconosciuta, al di là del mare. Chi ha letto il capolavoro di Vasilij Grossman, Vita e destino, questi tragici scenari li può ritrovare davanti alle opere di Orna Ben-Ami. Dopo il Parco archeologico della Valle dei Templi di Agrigento e la petrosa Matera la mostra dell’artista israeliana Entire Life in Package. Storie di migrazioni approda a Ferrara (fino al 10 settembre). In un luogo storicamente deputato all’accoglienza, la Casa dei Romei, vengono esposti i lavori emozionali della Ben-Ami che ha esperienza diretta del conflitto israeliano - palestinese: durante il servizio militare è stata la prima donna corrispondente della radio militare Galgalei-Zahal.
La radio e gli studi di storia internazionale l’hanno condotta a rimodulare il suo linguaggio che adesso la fa esprimere con il ferro e la fotografia. Il ferro è quello che salda e che forgia per dare vita agli oggetti da inserire nelle fotografie - concessegli dall’archivio Reuters - che sono quelle che si possono vedere anche nella mostra ferrarese. Qualcosa di molto di più di una semplice esposizione d’arte questa che si snoda nelle sale della Casa dei Romei. Opere in dialogo con gli affreschi trecenteschi di Vitale da Bologna della bella dimora nobiliare estense. È un impatto forte quello che si prova dinanzi «l’oggetto che predomina sulla persona. Spesso le immagini sono sovraesposte, gli scatti abbassati di intensità e i migranti quasi colti di sorpresa in cammino o in un momento di riposo paiono ombre, fantasmi, mentre l’elemento materico di ferro fuso emerge e diventa protagonista», spiega il curatore della mostra Ermanno Tedeschi. Un allestimento promosso dall’avvocato Francesco Ferroni che con la sua associazione culturale “Umanità” alimenta il dibattito sulla problematica dei migranti. Una “piaga” che ha colpito la sensibilità del direttore del Museo Casa Romei, Andrea Sardo, che, anche da semplice visitatore, si meraviglia della potenza evocativa del messaggio lanciato dalla Ben-Ami. Milioni di uomini e donne in cammino richiudono il loro passato in altrettanti «life packages», i pacchi di vita. Con una maestria che oscilla tra l’alto artigianato e un’arte assolutamente originale, mette la sua valigia di ferro saldato tra le mani rugose dell’anziana bosniaca, ritratta nella foto di Corinne Dufka (Reuters) durante la guerra della ex Jugoslavia - 1992 -. Umanità ferita, divenuta ombra di se stessa e ciclicamente ridotta a cosa. Folla incolonnata, in fuga, che il viaggio ha reso informe e metallica come le sagome sul pavimento che si possono schivare o calpestare (il visitatore per lo più le schiaccia) o quelle che si specchiano - in un fermo immagine - su una pozzanghera e ritrovano la loro anima riflessa, liquida (l’opera “Reflected”, foto Stoyan-Nenov, Macedonia 2015). C’è una stanza di Casa Romei in cui il dialogo tra la storia rinascimentale e quelle dei giorni più bui del Ventesimo secolo si fa ancora teneramente più duro, ed è quella dei giochi in cui c’è “L’orsetto nella scatola” o la struggente “La rifugiata e la bambola” (foto M. Azakir, Lebanon 2016). Una bambina che vuole essere la memoria di tutte le piccole vittime dimenticate di questa inarrestabile diaspora dei migranti. Un cammino da ultimi della terra ai quali la Ben-Ami tenta di restituire dignità, meritandosi l’encomio dello scomparso Presidente d’Israele Shimon Peres: «Orna tu hai dimostrato che non c’è nulla di più morbido del ferro, e nulla di più forte di una donna». (Massimiliano Castellani – Avvenire)
 
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