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Mercoledì 6 Giugno 2018 16:30

Aperto e cosmopolita il volto del Paese giovane   versione testuale
Milano - Giovani italiani dalla nascita, giovani italiani con background migratorio, giovani stranieri che vivono in Italia e che forse saranno cittadini italiani: la convivenza delle differenze si fa quotidiana, alza barriere e costruisce ponti, crea conflitti ma anche ricchezza. Le giovani generazioni sono le più attrezzate a vivere in una società multiculturale, globale, cosmopolita, eppure le ricerche ci dicono che i giovani vivono i fenomeni migratori esprimendo prudenza, con una prevalente posizione di difesa, se non di almeno parziale chiusura. Questi atteggiamenti rimandano, a una lettura più attenta, a una generale preoccupazione dei giovani verso un futuro che percepiscono privo di ragionevoli certezze e a uno sguardo di preoccupazione verso chi è avvertito, e mediaticamente rappresentato, come possibile intralcio sul cammino di una naturalmente desiderata e perseguita inclusione sociale. Il loro disagio nei confronti dei movimenti migratori verso l’Italia sembra avere quindi radici almeno in parte altrove, i loro atteggiamenti tutti da approfondire, per comprenderne meglio origine e sviluppo. Nasce così una ricerca a livello nazionale, condotta dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo in collaborazione con la Fondazione Migrantes, per mettere in luce gli aspetti ancora nascosti del vissuto e delle propensioni dei giovani nei confronti degli stranieri. Alcuni dei temi trattati nelle interviste – tra quelli ampiamente esposti nel volume Felicemente italiani , appena uscito per l’editrice Vita e Pensiero – riguardano gli atteggiamenti nei confronti della cittadinanza, i sentimenti di appartenenza alla nazione italiana, i valori, le disposizioni nei confronti del futuro.
Le nuove generazioni, italiane a diverso titolo, si pronunciano a favore di una pacifica convivenza con le differenze, e sostengono che gli ostacoli vengano soprattutto degli adulti, dai più anziani, quelli che fanno fatica a comprendere un mondo così diverso da quello nel quale sono nati. Con il passare degli anni, dicono, sarà più semplice la gestione di una società dove le culture, le differenze si intrecciano, si incontrano, come già accade – anche se i conflitti non cessano ma mutano – in Paesi di più lunga esperienza migratoria.
Non che i giovani non riconoscano i problemi; il loro realismo, però, frutto di tanti anni di crisi economica che hanno fortemente inciso sulla loro vita dagli anni della loro socializzazione, si accompagna alla cognizione di un cambiamento irreversibile, di cui loro si propongono protagonisti, come il tempo richiederebbe che fosse e come invece non percepiscono di essere. I problemi non mancano, si è detto. Per esempio, che cosa ne pensano i giovani italiani, anche quelli che provengono da una storia di migrazione, dell’acquisizione della cittadinanza da parte degli immigrati? I giovani vedono con favore l’ingresso nella comunità dei cittadini, con pari diritti e doveri, di chi ha 'guadagnato' questo riconoscimento con il lavoro o anche lo ha 'meritato', per il tempo vissuto in Italia, per aver acquisito la lingua, le regole, i doveri, i valori. La scuola, per tutti, è il luogo privilegiato in cui vivere la socializzazione all’appartenenza nazionale, come dicono soprattutto i giovani che sono diventati italiani e che ritengono una conquista personale il traguardo raggiunto del passaporto italiano.
Aver frequentato la scuola in Italia potrebbe essere tra i requisiti per ottenere la cittadinanza. È una proposta. Il territorio continua a essere un elemento importante nella definizione dell’appartenenza, soprattutto per i giovani che vivono al Sud e nei piccoli centri urbani, dove la forma delle relazioni forse produce un senso più saldo del 'far parte di qualcosa', quando cultura e relazioni rimangono comunque predominanti nella costruzione dell’appartenenza. Al Nord e nelle grandi città la quotidiana esperienza della diversità culturale incide, con tutta evidenza, in misura maggiore, producendo appartenenze che si espandono più di frequente a realtà più grandi – l’Europa, il mondo – e dando vita a più complesse forme di cosmopolitismo. Interessante è guardare al profilo dei giovani italiani con background migratorio: questi entrano in contatto con la multiculturalità già nel proprio ambiente familiare, conoscono due lingue, hanno a volte vissuto in più Paesi diversi, hanno fatto esperienza del raggiungimento di un importante obiettivo di vita, quello del pieno inserimento in una società diversa da quella di provenienza dei propri genitori. Da un lato questo contribuisce alla loro ricchezza culturale, ne fa cittadini positivamente orientati all’agire, aperti alle differenze, propensi all’accoglienza degli immigrati, con una visione del futuro orientata alla speranza più che alla preoccupazione; dall’altro, una duplice appartenenza costruisce le basi di un’identità ambivalente, aperta, fluttuante, duplice. Diversamente dalla pluriappartenenza, mescola inestricabilmente componenti di culture e tradizioni a volte molto diverse tra loro.
I giovani, senza distinzione di origine, si dichiarano europeisti e cosmopoliti, disponibili alla mobilità anche fuori dall’Italia. Andare in Europa, per loro, è viaggiare in casa. Sono abituati a studiare fuori dai confini, viaggiano con poca spesa e senza problemi di lingua. Si trasferirebbero – lo fanno e lo hanno fatto in questi anni di crisi, in grande numero – per trovare un lavoro, anche un lavoro migliore se fosse possibile. Privilegiano i valori della sfera relazionale: la famiglia e l’amicizia, ma prima la famiglia, nella quale trovano supporto finanziario e affettivo, e sono in grado di leggere criticamente la situazione economica e sociale del Paese nel quale vivono. Sanno di essere, sebbene categoria svantaggiata, tra coloro che meglio sanno far fronte al cambiamento in atto. La loro consapevolezza in questo campo stupisce: le loro opinioni sulle diseguaglianze in Italia trovano nelle statistiche ufficiali un riscontro diretto; loro sanno chi, in Italia, sta peggio degli altri: in primis loro, gli immigrati, le famiglie numerose. Molti si sentono felicemente italiani, contenti di vivere in una nazione che sentono di amare.
Un Paese bellissimo, dicono, pieno di storia e di tradizioni, di bellezze culturali e naturali. Una nazione della quale andare orgogliosi, non fosse che per la corruzione dei politici e la delinquenza organizzata.
I giovani, tutti, aspettano un futuro migliore, come i giovani di tutte le epoche; ma ciò che sognano è tipico del presente vissuto. Il futuro per loro è multiculturale, ci sarà una società aperta, meritocratica, dove regna l’uguaglianza e la libertà, dove i diritti sono rispettati. Chi sogna di più sono proprio i giovani italiani con una storia di migrazione alle spalle: le famiglie sono fuggite dalla povertà o comunque alla ricerca di condizioni migliori, che hanno raggiunto. Ciò permette loro di guardare al futuro con maggior fiducia di chi ha sperimentato per la prima volta dopo il secondo dopoguerra una condizione sociale inferiore rispetto a quella dei propri genitori. La speranza è quella che si trova nelle parole di una diciottenne che viene da un’esperienza familiare di migrazione: «Vorrei che non ci fossero così tanti limiti e ingiustizie come ce ne sono oggi. Vorrei che ognuno vivesse non per sé, non dico per tutti, ma per sé nel mondo, non per sé e basta, per sé nel mondo... credo che ognuno di noi, in un futuro, si spera, sarà in grado di fare la propria parte, una parte per un insieme di cose... non semplicemente per puro egoismo, nessuno spero negherà all’altro di fare la propria parte». (Rita Bichi,  docente di Sociologia generale all’Università Cattolica di Milano e  tra i curatori del Rapporto Giovani)
 
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