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Martedì 9 Gennaio 2018 17:40

Mons. Di Tora: essere apolidi è contro il diritto internazionale   versione testuale
Roma - “Essere apolidi è contro il diritto internazionale”. Lo ha detto questa mattina mons. Guerino Di Tora, Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes intervenuto alla conferenza stampa di presentazione del messaggio del Papa e delle iniziative della Chiesa italiana per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, in programma domenica prossima. Mons. Di Tira, parlando di “ius soli” ha sottolineato: “Quante polemiche, ma non siamo arrivati in porto”, eppure per il diritto internazionale nessuno può essere apolide”. “Il mondo si sta chiudendo”, la denuncia del presule a proposito del moltiplicarsi dei nazionalismi. Per Di Tora, invece, “dobbiamo entrare nella mentalità per cui le migrazioni non sono la fine del mondo, ma l’inizio di un mondo nuovo”. Le migrazioni sono un fenomeno mondiale “che porterà a un cambiamento geopolitico mondiale”, ha fatto notare Di Tora commentando i verbi-chiave del messaggio del Papa: “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. “Ci vuole una cultura della mondialità, per creare una globalità umanizzata e umanizzante”, la tesi di fondo. Accogliere, ha spiegato il vescovo, significa “offrire possibilità più ampie di un ingresso sicuro e legale” e di “ricongiungimenti familiari senza espulsioni arbitrarie o collettive”. Proteggere vuol dire “difendere i diritti e la dignità dei migranti e dei rifugiati” e garantire loro “l’accesso alla giustizia indipendentemente allo status, un salario minimo garantito e più occupazione per chi decide di rientrare in patria”, come cerca di fare la campagna CEI “Liberi di partire, liberi di restare”, che intende garantire soprattutto ai giovani l’accesso alle scuole primarie e alla sanità. Promuovere significa “sviluppare le competenze” degli immigrati, ed integrare, “pur con tutte le difficoltà che può comportare, è un’opportunità da sviluppare, un alimento di arricchimento delle diverse culture”.
 
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